Crudo, cotto e putrido

2009 Novembre 5

Hai presente quelle domeniche che hai voglia di cucinarti qualcosa di buono ma fai mente locale e ti rendi conto che qualunque sia la ricetta che vuoi fare ti manca sempre almeno un ingrediente fondamentale e la Coop è chiusa perché è domenica e quindi niente, e magari ci sarebbe qualcosa da mangiare in alternativa ma non è per niente sfiziosa – perché non si tratta tanto di soddisfare il bisogno primario di sfamarsi quanto quello di sentirsi realizzati in cucina – e quindi quasi quasi ti passa del tutto la voglia di mangiare? Bene: a me capita anche il mercoledì.

Dopo un piatto di fagioli a pranzo – sì, sono tornati – volevo una cena leggera, ma non inconsistente. L’idea di cenare con un’arancia e una tazza di tè mi ha sfiorato per un lasso di tempo molto (molto) breve; un piatto di Orecchiette, broccoli e mollica fritta mi sembrava eccessivo, e poi non avevo il pane da sbriciolare, perché è diventato duro; mi sarebbe piaciuto trasformare il pane duro in Cialledd, ma mi mancavano i pomodori; ho provato a tagliarlo per farne dei crostini da accompagnare, a mo’ di aperitivo, con un po’ di pecorino che andava consumato perché iniziava a fare la muffa, ma il pane alla prova del coltello si è rivelato più che duro: roccioso.

Non avevo molta scelta. Le prospettive per la cena erano solo due: 1) accettare la scatoletta di Simmenthal del coinquilino; 2) inventarmi qualcosa.

Dunque ho preso a ciabattare su e giù per la casa, valutando più o meno lucidamente le possibili combinazioni di sapori a mia disposizione e cercando di stimolare un’idea che fosse leggera e allo stesso tempo soddisfacente, mentre Piero (il coinquilino) riversava nel suo piatto il contenuto della scatoletta e ne grattava il fondo con la forchetta. Fulminea e inaspettata, seppur a lungo invocata, tra un passo e un graffio di metallo e un passo e uno spiaccicamento di gelatina, come una visione sciamanica – una versione più selvaggia della classica lampadina – ha preso forma davanti al mio terzo occhio l’idea un po’ sfocata di una ricetta che fin dalla scoperta del fuoco è sempre stata scritta nel destino dell’umanità e aspettava solo che venisse alla luce colui che sarebbe stato in grado di cucinarla (che sarei io).

2009-11-03 Arance, broccoli e pecorino 003

I cibi si presentano infatti in tre condizioni fondamentali, crudi, cotti o putridi. Rispetto alla cucina lo stato crudo rappresenta il polo non marcato, mentre gli altri due sono fortemente connotati, ma in direzione opposta: il cotto è una trasformazione culturale del crudo, il putrido è la sua trasformazione naturale.

(Citazione di Claude Lévi-Strauss copincollata da questo bell’articolo. Il famoso triangolo culinario, invece, è questo.)

Quando il selvaggio che è in noi si risveglia non c’è né da esitare né da pianificare: bisogna lasciarsi andare, seguire l’istinto, presentire e pregustare. Se si lascia al dubbio il tempo di insinuarsi e far domande, è finita.

E io non ho perso un attimo: ho messo l’acqua sul fuoco, ho lavato i broccoli e ho sbucciato un’arancia; ho buttato i broccoli in pentola, ho sbattuto il pecorino sul tagliere e ho deposto l’arancia a spicchi nel piatto; ho fatto a pezzi gli spicchi, ho tagliato il pecorino a quadretti e ho scolato i broccoli bolliti; ho condito l’arancia con olio e sale, l’ho cinta di broccoli e ho incoronato tutto con dei raggi di pecorino.

Crudo, cotto e putrido in un piatto solo. È ideale per l’aperitivo o come antipasto. Un bicchiere di birra è la morte sua.

2009-11-03 Arance, broccoli e pecorino 005

Chi non muore si rivede #2

2009 Novembre 2

Alieno Fluttuante dal Corpo Sferico 020

Chi non muore si rivede

2009 Novembre 1

Alieno Fluttuante dal Corpo Sferico 019

Thea

2009 Ottobre 27

Thea era uno dei capitoli contenuti nell’anteprima di un libro di cui non ricordo né titolo, né autore, né casa editrice. Tra quotidiani, riviste e volantini, il minilibricino piccino – era una specie di allegato del Corriere della sera; sarà stato alto 12 cm, non di più – in cui c’erano due o tre capitoli di un libro che non so bene se era appena uscito o stava per uscire (ma credo la prima), con la sua copertina verdastra di cartoncino, se ne stava su quel banchetto e aspettava qualcuno che preferisse lui all’attualità. In realtà avrei preferito l’attualità, ma era già occupata; quindi presi l’anteprima. Ho letto forse un paio di pagine, non molto. Ricordo che mi ha conquistato subito.

C’è questa Thea, che è una ragazza che fa la supplente di una badante di una vecchia in sedia a rotelle, e che, nelle righe iniziali che ho letto, la accompagna in bagno, tra le fatiche e le difficoltà di gestire un corpo malato che non può reggersi in piedi da solo. Mentre Thea posiziona la vecchia sul cesso, nota un affare che le penzola dal culo, rosso e gelatinoso. Me lo immagino come il Mostro delle Fogne, questo coso che penzola dal culo della vecchia. E quella fa a Thea, scuotendo il culo: «Ficcalo dentro!», e Thea: «Ma cos’è?», e la vecchia: «È un prolasso. Ficcalo dentro!», e io mi chiedo: «Che cacchio è un prolasso?», e Thea mi risponde: «Sta dicendo che quello è il suo retto che penzola rosso e gonfio e pulsante fuori dal suo buco del culo? E vuole che glielo rimetta dentro?», e la vecchia credo che annuisca o le dica proprio di sì. Anzi, le dice proprio di sì. Le fa proprio: «Sì, ho detto ficcalo dentro. E muoviti, che c’è corrente e mi si raffredda l’interno del culo», e Thea non lo so se lo fa o se si rifiuta – ho dovuto chiudere lì – ma ho il sospetto che lo fa.

È stato difficile resistere alla tentazione di infilarmi in tasca l’anteprima di libro, ma poi ho pensato che come anteprima era abbastanza, che se volessi continuare a leggere potrei sempre procurarmi il libro, e infine che, se l’avessi presa, le altre persone che aspettavano la pizza non avrebbero mai letto la storia di Thea e del prolasso della vecchia.

Fall

2009 Ottobre 24

Non è che mi piaccia particolarmente l’autunno. Mi piace, certo, ma né più né meno delle altre stagioni.

Una volta era così. Una volta mi piaceva l’autunno e non mi piaceva l’estate, mi piaceva il freddo e non mi piaceva il caldo, mi piaceva la notte e non mi piaceva il giorno, e così via per un sacco di cose: euforico vs. disforico. Poi sono cresciuto e ho capito cosa mi piace veramente.

Il punto non è l’autunno, ma il suo arrivo. Il bello non è star fuori, ma uscire. Non stare in casa: tornare. Non un bel voto, ma vederlo scrivere sul libretto. E così per tutto: l’alba, il tramonto, l’insediamento del nuovo coinquilino lunedì mattina, la cottura della costata di maiale, la combustione della sigaretta quando la aspiro. Non è una cosa così strana. Anzi, credo che in fondo sia così per tutti: sono belle le manifestazioni delle relazioni tra le cose, più che le cose in sé. Mi piacciono i momenti in cui si passa da uno stato all’altro.

Se è vero che – panta rei – passiamo continuamente da uno stato all’altro, che i cambiamenti sono talmente all’ordine del giorno che la vera svolta sarebbe smettere di cambiare, però, è anche vero che la maggior parte di essi passa inosservata. Quando la primavera è diventata estate? Quando, precisamente, l’autunno diventa inverno? Quando sboccia il primo fiore di primavera?

Che la maggior parte dei cambiamenti passi inosservata è funzionale al processo che genera il Cambiamento, l’evento catartico della cui bellezza si deve godere. Pian piano, sottobanco, qualcosa si muove: il capitalismo fa buchi e li rattoppa alla buona, le nuvole confabulano nell’aria ancora calda e siamo a ottobre; uno si convince che le cose andranno sempre bene, uno inizia a temere che sarà estate anche a Natale. E poi, una mattina: Crisi.

E così il passaggio dall’estate all’autunno: succede all’improvviso, una mattina; colpisce sempre come un piccolo 9/11. Ogni anno, verso metà ottobre, tutti ricordano bene l’evento traumatico che ha proiettato il mondo in una stagione più fredda e più grigia, lo scoppio che scatena la guerra, il collasso che rigenera il sistema, lo strapiombo dove non te l’aspetti: la Pioggia che ha scatenato l’autunno.

È questo che mi piace: che l’autunno sa entrare con stile.

Il biscotto semiotico

2009 Ottobre 11

Choco Leibniz

Ero nel corridoio dolciumi alla ricerca di qualcosa con cui arricchire un po’ la mia colazione a base di caffè amaro o accompagnare dolcemente verso la fine i miei pasti, quando, tra burro e cinque cereali, tra più fibre e meno grassi, tra ripieni di crema e ripieni di frutta, tra fragranti ricordi d’infanzia e traumatici restyling merendeschi, sentii un richiamo che agiva a cavallo tra il conscio e l’inconscio provenire da una confezione blu della Bahlsen, ditta mai sentita prima, che sosteneva di essere una storica ditta tedesca produttrice di finissima pasticceria.

Se non vado errato, poco prima dovevo aver visto una confezione gialla della stessa ditta, sulla quale si faceva oggetto di pubblico vanto il fatto che la confezione contenesse i biscotti con il più alto contenuto di burro del pianeta, ma è molto probabile che me lo sia sognato, se non altro perché resto convinto che il primato di biscotti più burrosi del pianeta sia ancora dei noti biscotti danesi in scatola di metallo: ho forti dubbi, infatti, che una ditta di biscotti abbia osato sferrare un attacco simile ai famosi biscotti danesi senza avere l’assoluta certezza di poterli superare in burrosità; e, se anche così fosse, certamente ne avremmo avuto notizia.

Ma non è di burro che voglio parlare, bensì del rapporto differenziale tra biscotto e cioccolato che ha funto da potente richiamo durante la mia passeggiata nel corridoio più dolce della Coop.

Gli elementi riconoscibili sulla confezione sono il biscotto Bahlsen Leibniz (che dovrebbe essere il biscotto che probabilmente ho solo immaginato millantare il più alto contenuto di burro tra i suoi simili e osare schiaffeggiare con il guanto i nobili e ultraburrosi danesi) e il cioccolato al latte. Il prodotto si chiama Choco Leibniz. Il claim del prodotto – e questa è la parte affascinante – è: «La migliore interpretazione di biscotto e cioccolato».

Choco Leibniz

Laddove, per un normale lettore di confezioni di dolciumi, quel claim può essere una metafora dell’azione teatrale nella quale il biscotto dà il meglio di sé e il cioccolato al latte dà il meglio di sé e il Choco Leibniz risulta essere un formidabile spettacolo di dolcezza, o, invertendo le parti, Choco Leibniz dà il meglio di sé nell’interpretazione del formidabile spettacolo di dolcezza Biscotto e cioccolato, o, ancora, interpretando “interpretazione” grosso modo come “traduzione”, Choco Leibniz sarebbe una sorta di definizione da vocabolario –

biscotto e cioccolato s. m. e s. m. 1 Bahlsen Choco Leibniz. 2 (partic.) Ritter Sport col biscotto. 3 Oro Ciok Saiwa o prodotti ulteriormente inferiori a Bahlsen Choco Leibniz.

– per il lettore che ha una vaga idea di cosa abbiano scritto personaggi illustri come Umberto Eco o Deleuze e Guattari, invece, è tutta un’altra storia.

Leibniz, infatti, può essere considerato uno dei precursori di quella che Umberto Eco ci ha insegnato a chiamare Semiotica Interpretativa, in quanto il filosofo tedesco è stato il primo a teorizzare, nel 1666, qualcosa di simile al Rizoma (Deleuze e Guattari) o all’Enciclopedia (Umberto Eco).

Breve citazione tratta da Eco, U., Dall’albero al labirinto. Studi storici sul segno e l’interpretazione, RCS Libri S.p.a., Milano, 2007, pp. 56-57 che è possibile saltare a piè pari senza smarrire il senso di quello che sto cercando di dire:

[…] la contrapposizione tra dizionario ed enciclopedia ha segnato tutta la sua ricerca. Infatti, a partire dalla Dissertatio de arte combinatoria del 1666, di esplicita ispirazione lulliana, egli perseguirà per tutta la vita l’ideale di una characteristica universalis, una lingua razionale, basata su un numero ridotto di primitivi e regole logiche, che permetta ai saggi di sedere intorno a un tavolo e pervenire alla verità all’insegna di un “calculemus”. Ma si convince ben presto che non c’è alcuna certezza che i termini primitivi a cui si perviene non siano ulteriormente scomponibili e ammette che al massimo essi possono essere postulati come tali per la comodità del calcolo. […] Così facendo Leibniz ha dato certamente avvio agli sviluppi di una logica formale dove i simboli non rinviano a una idea precisa ma stanno al posto di essa.

Ma quando invece pensa in termini di recensione del sapere universale, Leibniz assume una posizione nettamente diversa, e in vari scritti paragona una enciclopedia a una Biblioteca come inventario generale di tutte le conoscenze. […] Questa enciclopedia deve rimanere, come per Bacone, aperta: il suo ordine verrà scoperto a mano a mano che la scienza progredisce, ed essa deve comprendere anche le conoscenze non scritte che si trovano disperse tra uomini di diverse professioni.

In Nouveaux essais sur l’entendement humain del 1703-1705 (IV, 31) si ricorda che l’enciclopedia dovrebbe avere “molti rinvii da un luogo all’altro, dato che la maggior parte delle cose può essere vista da diverse prospettive, e una verità può avere collocazioni diverse secondo i suoi diversi rapporti: coloro che sistemano una Biblioteca non sanno sovente dove porre certi libri, rimanendo indecisi tra due o tre collocazioni egualmente convenienti”. Leibniz sta pensando a una enciclopedia che diremmo polidimensionale, dove si stabiliscono interconnessioni multiple e trasversali.

Tanto mi è bastato per intendere che quel claim volesse dirmi che Choco Leibniz è un elemento di terzo ordine; che è, cioè, allo stesso tempo causa e risultato dell’interdefinizione di biscotto e cioccolato: reciprocamente, come reale e immaginario – diciamo che potremmo far corrispondere al reale il solido e integro biscotto, elemento di prim’ordine, in quanto, Leibniz o Choco Leibniz, tutto sommato è sempre di un biscotto che stiamo parlando, e all’immaginario il fluido e malleabile cioccolato al latte, elemento di second’ordine, che corrisponde al doppio, al vedere due in uno, che è esattamente quel che avviene quando abbiamo dinanzi contemporaneamente il cioccolato nel biscotto e il biscotto nel biscotto (tutto questo lo spiega bene Gilles Deleuze in Da che cosa si riconosce lo strutturalismo) – in un gioco triangolare e infinitamente ciclico di oggetti, segni e interpretanti, biscotto e cioccolato finiscono per definire l’uno la forma dell’altro, in quanto il cioccolato si modella sulla forma rettangolare del biscotto, ma, allo stesso tempo, il cioccolato, solidificandosi sul biscotto, modifica inevitabilmente la forma del biscotto finale, e quel che viene a crearsi è un oggetto evoluto che abbandona la vecchia forma-biscotto per assumere una forma nuova e più complessa, che chiameremo Choco Leibniz; ma, definendo anche l’uno la sostanza dell’altro, perché il cioccolato al latte conferisce maggiore dolcezza al biscotto e il biscotto maggiore farinosità al cioccolato, biscotto e cioccolato, modificandosi a vicenda le sostanze, definiscono un oggetto dalla nuova sostanza che è più dolce di un biscotto e più farinoso di una barretta di cioccolato: il Choco Leibniz. È dal rapporto differenziale tra primità e secondità (gli ordini del reale e dell’immaginario: biscotto e cioccolato al latte) che emerge la terzità (l’ordine del simbolico: Choco Leibniz), ed è la stessa terzità che permette alla struttura di esistere, funzionare e reggere tale rapporto differenziale. Come dire: non staremmo neanche qui a parlare del rapporto tra biscotto e cioccolato se non esistesse il Choco Leibniz.

Se messa in questi termini, allora, dire che Choco Leibniz è la migliore interpretazione di biscotto e cioccolato significa appellarsi alle competenze del consumatore di dolciumi di interpretare “biscotto e cioccolato”, competenze che dipendono dall’Enciclopedia del consumatore di dolciumi, vale a dire che derivano dalle precedenti esperienze di biscotto, di cioccolato, di biscotto e cioccolato, che possono essere esperienze in prima persona, racconti sul tema “biscotto e cioccolato” ascoltati o letti da terzi, o anche nessuna esperienza in merito. L’Enciclopedia, però, è imprevedibile, in quanto la sua struttura è un Rizoma, e il Rizoma può anche essere isolato sotto forma arborescente per motivi puramente analitici, ma in realtà è un groviglio tutt’altro che arborescente: è un casino. Per dire, uno potrebbe anche interpretare biscotto e cioccolato in base alle sue esperienze pregresse di colazioni con fette biscottate, burro e marmellata. È quel che si chiama decodifica aberrante, che non è un modo terrificante di interpretare, ma un modo alternativo e imprevisto di interpretare un segno da parte di una persona incompetente, che segue una sua logica e può avere sviluppi anche molto significativi: dire che biscotto e cioccolato è una specie di fetta biscottata con burro e marmellata non è molto lontano dalla verità, sebbene sia un’affermazione aberrante.

Nel casino imprevedibile delle capacità interpretative del consumatore di dolciumi, dunque, l’interesse di Herr Bahlsen – a proposito, ho appena ricevuto una telefonata da Venezia che mi conferma che in Germania i biscotti Leibniz sono molto diffusi, più o meno come i Pan di stelle in Italia – l’interesse di Herr Bahlsen, dicevo, è quello intercettare il consenso del consumatore di dolciumi. La mossa di Herr Bahlsen è astuta, perché, dicendo che Choco Leibniz è la migliore interpretazione di biscotto e cioccolato, fa appello a tutte le competenze in materia di biscotto e cioccolato presenti in tutte le Enciclopedie di tutti i consumatori di dolciumi che si imbattono nella confezione di Choco Leibniz, e la confezione imbastisce con il consumatore di dolciumi un dialogo di questo tipo:

«O consumatore di dolciumi, come interpreti biscotto e cioccolato?»
«Ho assaggiato gli Oro Ciok Saiwa, ma sono rimasto molto deluso, perché i biscotti erano molto piccoli, con molto meno cioccolato di quanto lasciava intendere la confezione, ed erano anche tutti attaccati. Dopo quell’esperienza avevo deciso di non mangiare mai più dolciumi basati sulla formula “biscotto e cioccolato”, ma un giorno mi sono trovato tra le mani il Ritter Sport col biscotto e ti confesso che la mia vita è cambiata. Se dovessi dare una mia interpretazione di biscotto e cioccolato, direi con sicurezza: Ritter Sport col biscotto.»
«Choco Leibniz è la migliore interpretazione di biscotto e cioccolato.»
«Ah. E perché?»
«Hai mai assaggiato i Choco Leibniz?»
«Veramente no.»
«Allora fidati. Ci sono anche in versione fondente.»
«Perché dovrei fidarmi?»
«Perché la mia competenza è superiore alla tua.»
«Dimostramelo.»
«La tua migliore interpretazione di biscotto e cioccolato è il Ritter Sport col biscotto.»
«Giusto.»
«Bene. Peccato, però, che tecnicamente il Ritter Sport col biscotto non sia biscotto e cioccolato, ma cioccolato e biscotto: decodifica aberrante, mio caro consumatore di dolciumi!»

Caccia al ladro internazionale

2009 Ottobre 8

Domenica 4 ottobre 2009, l’ultimo dei tre giorni del Festival di Internazionale a Ferrara, nel Teatro Comunale alle 16h30 c’era in programma un incontro dal titolo: Economia. Mafia SpA: gli affari ai tempi della crisi, con interventi di Misha Glenny, giornalista britannico autore di McMafia, Loretta Napoleoni, economista italiana certamente autrice di qualche libro, e Roberto Saviano, autore di Gomorra. La moderazione del dibattito era affidata a Mario Calabresi, direttore del quotidiano di Torino La Stampa.

Perché mi interessava andare a Ferrara a sentire queste persone parlare di mafia, economia e crisi – Misha Glenny non l’avevo mai sentito nominare, e non ho letto McMafia anche se l’avevo sentito nominare; Loretta Napoleoni il più delle volte nella sua rubrica su Internazionale dice cose interessanti, oltre che belle da leggere, ma non leggo quasi mai la sua rubrica; Roberto Saviano non lo so – non ho letto Gomorra, né ho visto il film – ma i suoi interventi sui quotidiani (di solito La Repubblica) li trovo sempre carini, e ultimamente, inoltre, sto iniziando a nutrire un certo interesse per il suo libro in quanto (virgolette) Oggetto Narrativo Non Identificato, interesse che potrebbe evolversi nell’acquisto di Gomorra stesso; Mario Calabresi lo conosco poco e niente perché non leggo La Stampa, visto che non abito a Torino e non lavoro alla Fiat.

Il vero motivo per cui mi interessava andare a Ferrara a sentire queste persone parlare di mafia, economia e crisi – Ero curioso di vedere il Festival di Internazionale ed ero curioso di vedere Ferrara.

In treno, tra una parola e l’altra, Fifo e Pam (l’unica persona il cui nome non è associato a un link), che sono più esperti di me in fatto di Festival di Internazionale perché c’erano già stati l’anno scorso, fanno delicatamente cenno alla probabilità che le cose andassero in modo un po’ diverso da come io mi aspettavo.

La sequenza che avevo dato per buona nelle mie fantasie prevedeva quattro semplici passaggi: arrivare a Ferrara, entrare nel teatro, sedersi comodamente e ascoltare il dibattito. Però, in base all’esperienza di Fifo e Pam, e in base a quel briciolo di buon senso che mi manca, presumibilmente anche altre persone sarebbero state interessate ad assistere al dibattito, dunque c’erano grosse probabilità di dover fare la fila. Devo ammettere di non aver mai preso in considerazione questa specie di Dark Side of the Festival.

Quindi giungiamo a Ferrara alle 13h30 circa, raggiungiamo l’entrata del teatro alle 14h00 circa, ci aggiungiamo in coda alla fila alle 14h10 circa.

(Attenzione, perché ora sto per arrivare al dunque.)

Ci organizziamo grosso modo così: Pam tiene il posto in fila, Fifo ed io andiamo a procacciar cibarie. Compriamo quattro pasticci di pasta – il take-away tipico di Ferrara: roba buona – e un vecchio amico che ogni tanto incontro per caso in giro per l’Italia ci offre le birre. (Ancora grazie!)

(No, non è la birra gratis il dunque.)

Spiegazione di un fatto in sé più o meno marginale, ma necessario a capire gli spostamenti di persone e oggetti che presto si verificheranno – Ho raccontato un sacco di cose inutili, ma ho tralasciato un dettaglio importantissimo, e cioè che l’incontro che per velocità chiameremo con Saviano non era l’unico incontro previsto nel Teatro Comunale quel pomeriggio: c’era anche un altro incontro, alle 14h30, per il quale c’era una fila a parte, lunga come quella per l’incontro con Saviano, dall’altro lato della strada. Non ricordo quale fosse l’incontro delle 14h30, ma era meno attraente dell’incontro con Saviano. – Fine della spiegazione

Constatiamo molto presto che quattro pasticci di pasta non erano per niente sufficienti a sostenerci per due ore e mezza sotto il sole, ai piedi del castello in cui fu composto, secoli fa, l’Orlando furioso. Pam allora lascia momentaneamente la fila per comprarne altri due e per cercare anche un dolce con cui festeggiare il suo compleanno. Domenica, infatti, era il suo compleanno, oltre che il compleanno di numerose altre persone che non sto ad elencare. Intanto Fifo ed io cerchiamo di capire perché il mio accendino non apre le birre e risolviamo il problema servendoci di una transenna di legno che era lì sul marciapiede come apribottiglie.

Ora, in modo apparentemente inspiegabile, un ragazzo che era in fila prima di noi, riconoscibile perché aveva uno zainetto, un mazzo di fiori gialli e un pass da giornalista (che serve a non fare la fila) e perché leggeva il manifesto, ha come un improvviso trasalimento, una terrificante sensazione di essere ancora nell’incubo (come quando, subito dopo il risveglio, si osserva la realtà e ci si trova spaesati e si fa difficoltà a stabilire quale sia il sogno e quale la realtà), un ritorno a respirare dopo un lungo quarto d’ora di apnea, una rovinosa caduta dalle nuvole. Chiude il giornale e domanda: «Scusate, ma che fila è questa?»

Alla nostra risposta – «Quella dell’incontro con Saviano, ovviamente!» – il giornalista – suppongo che fosse un giornalista perché aveva il pass da giornalista (che serve a non fare la fila) – borbotta di aver sbagliato fila; gentilmente gli indichiamo la fila di coloro che vogliono assistere all’incontro delle 14h30, che però stava per iniziare; il giovanotto raccoglie frettolosamente il suo zainetto e il mazzo di fiori gialli, piega il giornale e s’incammina verso l’entrata del teatro; noi proviamo con scarso successo a ragguagliare il frettoloso giovanotto che il sistema della fila funziona se ci si mette dietro alle altre persone, non avanti; lui va avanti e sparisce con lo zainetto, il mazzo di fiori gialli, il pass da giornalista (che serve a non fare la fila) e il giornale. Pam torna con gli ulteriori pasticci di pasta e il dolce per festeggiare il suo compleanno e ci chiede: «Dov’è finito il ragazzo che mi aveva chiesto di dare un’occhiata al mio manifesto

A quattro giorni dal reato il ladro è ancora in libertà e l’elenco provvisorio di ipotesi su come si siano svolti i fatti, in ordine crescente di credibilità, è quello che segue:

a) il ladro era solo molto distratto (forse anche a causa del sole che bolliva il cervello un po’ a tutti), aveva dimenticato di avere un pass da giornalista (che serve a non fare la fila) ed è andato via con il giornale di Pam involontariamente;

b) il ladro ha colto l’occasione e ha rubato di proposito il giornale di Pam, ma senza premeditazione;

c) il ladro si è messo in fila, nonostante il pass da giornalista (che serve a non fare la fila), di proposito per rubare il giornale a qualcuno, ha rubato il giornale di Pam e poi, fingendo di aver sbagliato fila, si è dileguato o si è rifugiato nei posti riservati ai giornalisti, sfruttando a suo vantaggio il fatto che, essendo assegnatario di un pass da giornalista (che serve a non fare la fila), non doveva fare nessuna fila;

d) il ladro ha rubato il mazzo di fiori gialli che facevano parte del suo travestimento da donna maliziosa e tentatrice – travestimento probabilmente rubato, che aveva poi riposto nello zainetto anch’esso rubato – di cui si è servito per sedurre e distrarre un giornalista a cui ha rubato il pass da giornalista (che serve a non fare la fila), quindi si è messo in fila di proposito per rubare il giornale, ha rubato il giornale ed è andato a rifugiarsi nei posti riservati ai giornalisti, occupando un posto chiaramente rubato al giornalista sedotto, abbandonato e derubato del pass.

Chiunque abbia ulteriori idee, indizi o testimonianze è invitato a collaborare. La caccia è aperta.

Miss Altamura: l’antefatto

2009 Settembre 18

«Ah, quindi sei fidanzata! Qui c’erano un sacco di ragazzi—»
«Allora! Allora
«…»
«…»
«Frequenti uno, dài.»
«No. Cioè: era il mio ragazzo, però ad ora come ora c’erano sorti dei problemi, e quindi, siccome sono da due anni che stiamo insieme, quindi non mi va adesso di buttare tutto all’aria, quindi ci voglio anche pensare su questa cosa.»
«Occheeei! Anche matura, guardate, seria, la Miss Altamura 2008!»

***

«Goditi questo calendario, che magari una copia poi me la dài, no? Me la metto—»
«Te l’attacchi—»
«—nel mio studio.»
«No, più in bagno che nello studio.»
«Perché in bagno?»

Questa era la prima Miss Altamura della storia. Gli stralci di intervista riportati si commentano da sé. Domani sera verrà eletta la seconda, e si aggiungerà anche un Mister Altamura. Mi prendo il fine settimana per trovare le parole.

Ho imparato a sognare

2009 Settembre 4

Nei nostri sogni – i sogni che facciamo quando dormiamo, a occhi chiusi – le cose funzionano in modo abbastanza semplice; anche nei sogni più assurdi. Credo sia una teoria largamente accreditata e forse anche dimostrata, quella che i sogni siano rielaborazioni di alcune nostre esperienze: è così che qualche giorno dopo la fine delle vacanze i nostri sogni sono ambientati nei posti in cui siamo stati in vacanza; ed è così che la persona che in autobus ci ha colpito in modo particolare diventerà uno sconosciuto i cui tratti somatici saranno realistici in modo impressionante; quando, infine, sogniamo di essere in situazioni assurde o di fare cose assurde – e posso garantire di essere un esperto in questo tipo di sogni – in realtà è molto facile che le situazioni assurde siano solo un collage che ripropone frammenti di situazioni reali riordinati in una sequenza inedita, e che le cose assurde che facciamo non siano altro che una combinazione inedita di azioni semplici che magari facciamo quotidianamente. Non a caso l’incubo per antonomasia consiste nel correre a perdifiato per sfuggire a un malintenzionato inseguitore che non si vede e non si sa cosa voglia, e il momento in cui ci si sveglia è quello in cui si inciampa e si cade nel vuoto: chi non si è mai sbucciato le ginocchia inciampando mentre correva? Chi non ha mai avuto paura del buio? E non a caso, quando facciamo cose che da svegli non faremmo, come – per esempio – mangiare gli scarafaggi, succede che ci sia una specie di buco nero, come una scena mancante, proprio quando infiliamo lo scarfaggio in bocca e mastichiamo, per poi “riprendere le trasmissioni” quando lo scarafaggio nella nostra bocca è già ridotto a poltiglia e, guarda caso, ha lo stesso sapore delle olive nere o di un cioccolatino al caffè.

Le rielaborazioni che vengono a crearsi nei sogni sono imprevedibili e danno forma al genere del sogno. Di ritorno da una gita a Venezia, potrebbe succedere che all’uscita della stazione di Santa Lucia ci sia il ponte di Rialto che, passando sul Canal Grande, collega direttamente la stazione a piazza San Marco, come se fossimo dentro una specie di cartolina tridimensionale. Oppure potrebbe capitarci di fare cose più divertenti, come – che ne so – organizzare con i propri amici il rapimento dei piccioni di piazza San Marco per chiedere il riscatto a Cacciari, e poi rubare un vaporetto per sfuggire alle gondole dei carabinieri e portare i piccioni nel nostro nascondiglio segreto, che si trova al centro di un caleidoscopico labirinto di negozi di ninnoli di vetro di Murano: un sogno del genere è possibile se a Venezia abbiamo fatto (e trovato molto divertente fare) cose come inseguire i piccioni in piazza San Marco, spostarsi in vaporetto e perdere una giornata a Murano. Infine, l’incubo potrebbe essere non riuscire a trovare la strada né per Rialto, né per San Marco, né per la stazione, e girare disperatamente in un labirinto di calli tra la puzza di piscio e le pantegane. Chiaramente le cose in realtà non sono così lineari. I ricordi della gita a Venezia potrebbero mischiarsi con ricordi che con la gita non hanno nulla a che vedere. Le combinazioni sono infinite e molto meno banali di quelle che ho detto.

Rispondendo alla domanda che, arrivati a questo punto, immagino sia venuta in mente a tutti, se parlo di questa molto accreditata e forse anche dimostrata teoria è perché stanotte mi è successa una cosa che potrebbe mandarla in frantumi. Sono arrivato a Venezia in barca navigando sul ponte della Libertà (che non ho mai capito se la libertà si conquista andando dalla terraferma a Venezia o viceversa), che per l’occasione era fatto di acqua del tutto uguale all’acqua che c’è sotto il ponte. Sul ponte viaggiavano con la stessa identica facilità imbarcazioni e automobili. Ricordo con chiarezza un Ape Car parcheggiato a galla subito dopo la fine del ponte, dove iniziava una piazza San Marco fatta tutta di acqua in cui le persone potevano scegliere se spostarsi a nuoto o camminare sull’acqua. Sul pelo dell’acqua si vedeva il disegno dei mattoni della piazza, così come sul ponte della Libertà sull’acqua si vedeva come il fantasma dell’asfalto. Mi pare che tutti quelli che ho visto in piazza San Marco avevano scelto di camminare sull’acqua, forse per non bagnarsi i vestiti, o forse per evitare di prendersi la peste o il colera. Io invece proseguivo con la mia barchetta fino a raggiungere l’agrodolce metà e alcuni amici con cui dovevo incontrarmi (non è dato sapere perché). Era una cosa buffissima: sembrava di girare in triciclo tra i piedi dei grandi. Però non ero in triciclo: ero su una barchetta; una barchetta a remi; una barchetta a remi con un remo unico, tipo quelli da canoa. All’inizio, quando ero sul ponte della Libertà, non avevo idea di come fare a usare quel remo, ero goffo, e il remo – un remo molto gentile, devo dire – adattava le sue dimensioni alle mie necessità, allungandosi quando non riuscivo a farlo arrivare in acqua e tornando piccolo quando dovevo maneggiarlo per trovare una posizione più comoda o studiarlo per capire come funzionava.

Ora, se è vero che ho viaggiato qualche volta su qualche imbarcazione – vaporetto, traghetto, forse sono stato anche in una barchetta come quella del sogno – e dunque ho una vaga idea di come ci si sente ad affidare la propria vita a una specie di guscio di noce che galleggia in balia delle onde, sono assolutamente certo di non aver mai preso in mano un remo in vita mia. È un’esperienza che non ho mai fatto, e se esistesse un quaderno su cui fossero scritti tutti i ricordi della mia vita, lo mostrerei per far vedere a tutti che non esistono su nessuna pagina nessun ricordo di quando “Sono andato in barca e ho imparato a remare”, né di quando “Ho preso un remo da canoa e ho allagato casa, poi mi sono messo nella vasca da bagno e ho imparato a remare” né nessun ricordo che possa anche lontanamente far pensare che io abbia mai imparato o anche solo provato a remare. L’unica esperienza vagamente simile a remare che ricordo di aver fatto è usare il cucchiaio di legno per girare la pasta.

Quella del sogno di stanotte era un’esperienza completamente diversa, nuova, che stavo imparando in quel momento: quando sono arrivato quatto quatto alle spalle di Francesca per farla spaventare districandomi abilmente tra la folla, il remo aveva smesso di cambiare forma, andavo bello spedito e sicuro di me ed ero felice di saper già remare così bene.

Non so bene cosa sia successo, né come sia potuto succedere, ma di una cosa sono sicuro: ho fatto un’esperienza nuova. Che si sia verificato un cortocircuito nel sistema di generazione dei sogni o chissà cosa, non mi interessa. Stanotte sono andato a Venezia e ho imparato qualcosa. Il problema è: che cosa?

La risposta, delle due l’una: o, sognando, ho imparato a remare, oppure, remando, ho imparato a sognare.

Scegli, o il barbiere o me

2009 Agosto 25

Non ho ancora parlato del mio nuovo taglio di capelli? Dunque, una cosa come dieci giorni fa l’Agrodolce Metà ha iniziato a insinuare che forse sarei dovuto tornare dal barbiere, visto che, secondo lei, l’ultima volta che ci sono stato non aveva fatto bene il suo lavoro. Io, assolutamente contrario, ho cercato di far passare tra le righe l’idea che a me i miei capelli piacevano così com’erano e, soprattutto, ho provato a farle accettare che, per via di singolari questioni di principio, non posso andare dal barbiere per due volte nella stessa stagione. È evidente, però, che qualcosa dev’essere andato storto nel mettere in pratica la mia strategia di comunicazione, visto che l’AM ha ignorato i miei messaggi subliminali e mi ha lanciato un ultimatum che più o meno testualmente diceva: «Scegli, o il barbiere o me» (nel senso di: “O vai dal barbiere oppure i capelli te li taglio io”). Sembrava impossibile uscire dall’impasse, finché martedì scorso, dopo estenuanti trattative, siamo giunti al compromesso:

DRC: «Ok.»
AM: «Ok cosa?»
DRC: «Ok tagliameli tu.»
AM: «Cosa
DRC: «I capelli.»
AM: «Ma come
DRC: «Qui a casa puoi scegliere solo tra forbici da cucina e da cucito: ti devi accontentare.»
AM: «Stai scherzando?»
DRC: «No.»
AM: «No?»
DRC: «No.»
AM: «Allora da cucito!»

Forbice, mani di Edward 006