In realtà questa giornata è iniziata poco prima che mi svegliassi, quando ancora stavo sognando. Sognavo di fare un remix/remake new wave e a tratti elettronico: immerso in una sensuale luce inattinica come quella per le buone vecchie stampe ortocromatiche di una volta, destreggiandomi bene con diversi strumenti musicali e un mixer, lavoravo su Felicità di Albano Carrisi e Romina Power (clicca qui se proprio ci tieni a sentire l’originale). Sviluppavo una canzone che potremmo considerare, sinesteticamente, un negativo.
Piccola nota: quando suono, di solito, invento. E quando invento, di solito, non so chiudere. Perciò quando suono, in teoria, potrei suonare un brano senza fine. Ma in realtà quando suono, di fatto, suono degli strascichi di accordi monotoni, arpeggio più o meno sempre le stesse corde e suono più o meno sempre le stesse note finché non esaurisco tutte le combinazioni divertenti e, vinto dalla noia, mi abbandono lentamente al fade-out. Fine nota.
Aprire gli occhi la mattina e trovare il cielo bianco, e sotto il cielo i tetti bianchi, sarà per sempre una cosa strana e continuerà a riempirmi di felicità infantile ogni volta, anche se dovessi andare a vivere in Finlandia. Trovare, poi, un pezzo di Ritter Sport fondente con nocciole avanzato dalla sera prima accanto al computer (a portata di mano senza scendere dal letto) è quel che si dice iniziare bene la giornata.
L’orario non mi interessava: ci sono cose di cui bisogna farsi una ragione. È inutile illuderti e spaccarti se sai bene che non riuscirai mai a scrivere una tesina in ventiquattr’ore. Bevevo il caffè cantando ancora Felicità, ma sentendo stridere chitarre strane con sfumature di marranzano e sassofono su un drum and bass con non troppi bpm, e non avevo fretta, né mi sentivo in colpa per non aver sentito la sveglia.
L’effetto felicità della neve ti fa anche sopportare la scoperta del mal di gola: è una buona scusa per restare in pigiama e bere tè bollente guardando scendere, svolazzanti, i fiocchi oltre i vetri della finestra. Guardare la neve ti fa sentire bene: è tutto bianco come un foglio preso dalla risma, sei libero di fare tutto e hai la possibilità di fare tutto bene, senza macchie, sbavature o cancellature. Basta tracciare con sicurezza ogni tratto.
La neve, che per il solo fatto di esistere afferma la possibilità reale e tangibile della purezza, ti illude di esserne in grado, e che lo sarai sempre. Puoi tracciare ogni tratto e non sbagliare mai, se vuoi, ti dice; e non è un imbroglio.
La neve è bella perché è la cosa più sciocca che esista: tanti stupidi fiocchi di ghiaccio. Quando la neve ti rende felice, è perché capisci che potrebbe renderti felice qualunque cosa della tua quotidianità, se solo non fosse quotidiano. La neve ti spiega che puoi essere felice se capisci che la felicità è tenersi per mano, andare lontano, il tuo sguardo innocente in mezzo alla gente, restare vicini come bambini, un bicchiere di vino con un panino. La felicità, se sai che cos’è, ce l’hai già.
Ci gioco finché dura, finché non mi annoia, finché non devo uscire a gettare la spazzatura o comprare il miele e il tè (e i biscotti) per il mal di gola, finché il freddo non mi graffia la faccia e il gelo non mi entra nelle scarpe, finché non inizia a sciogliersi lentamente – in fade-out – questa felicità.
Finalmente, dopo mesi di informazione deprimente, ho trovato una bella notizia! L’ho trovata curiosando sul blog di questa ragazza, che è famosa per essere sempre la prima a commentare questo blog.
La notizia è che ieri, in contemporanea con l’apertura dei lavori di Hopenhagen, a Berlino è stato presentato Ecosia, il primo motore di ricera verde. È stato creato da Christian Kroll, un ragazzo tedesco di 26 anni. È un motore di ricerca che si appoggia su Yahoo e Bing per la raccolta pubblicitaria. L’80% dei ricavati andranno al WWF, che li userà per salvare le foreste pluviali in Amazzonia. Con ogni ricerca se ne salvano due metri quadri. Inoltre i loro server sono alimentati con energie rinnovabili, abbassando così le emissioni di anidride carbonica rispetto a quelle di Google.
Pare che se l’1% degli utenti usasse Ecosia, ogni anno si salverebbe un pezzo di foresta pluviale grande come la Svizzera. Questo perché quelli di Ecosia stimano che l’utente medio faccia 1000 ricerche all’anno. Io credo di superare ampiamente le 1000 ricerche al mese, e da ieri sera ho già salvato 134,4 metri quadri di pezzi di Amazzonia grandi come la Svizzera.
Come lo so? Perché – e questa è la parte più divertente – se installi Ecosia, il motore di ricerca ti tiene il conto di quanta Amazzonia hai salvato personalmente e di quanta invece ne hanno salvata tutti quelli che usano Ecosia, grazie a un simpatico contatore nella parte in basso a destra del browser.
Dulcis in fundo, a differenza di Google, Ecosia non conserva i dati delle ricerche per servirti inquietanti risultati sponsorizzati fatti su misura.
Perché è una bella notizia? Perché francamente non lo so se riusciremo mai a salvare pezzi di Amazzonia grandi come la Svizzera ogni anno, né voglio immaginare che cosa succederebbe se tutti usassero sempre Ecosia e un giorno tutto il mondo dovesse diventare Amazzonia, però è incoraggiante sapere che esiste un modo per provarci ed è bene provarci. Considerando poi, che ogni anno vengono bruciati e tagliati pezzi di Amazzonia grandi come l’Inghilterra, e che a occhio e croce l’Inghilterra è grande tre volte la Svizzera, diciamo che usando Ecosia non corriamo il rischio di pluvializzare il mondo: l’Amazzonia non colonizzerà mai il pianeta, ma con Ecosia forse il pianeta non perderà l’Amazzonia.
Dunque, il motore di ricerca è questo. Per approfondire, questo video è una risposta tutto. Per installarlo, qui ci sono le istruzioni. Se ti piace e vuoi condividerlo e convincere i tuoi amici a salvare pezzi di Amazzonia grandi come la Svizzera, qui ti spiegano come fare. Se il video non ti basta, qui ci sono le Faq. Se delle parole non te ne fai niente e vuoi solo dati oggettivi, qui ci sono un po’ di numeri. Se proprio non ti fidi, né di me, né del sito, e vuoi parlare direttamente con quelli di Ecosia, i loro recapiti li trovi qui.
Salva anche tu un pezzo di Amazzonia grande come la Svizzera. Cerca con Ecosia.
Una delle cose che ho notato in un anno a Bologna è quanto sia abusata l’espressione in qualche modo.
Non che prima non l’avessi mai sentito dire, ma il fatto è che al sud siamo tutti cafoni e in qualche modo lo dice giusto chi vuol darsi un tono e fare l’intellettuale che non dice mai non lo so. Da noi la gente non si pone troppi problemi ed esclama boh! confidando nel padreterno.
In qualche modo, insieme ad alcune sue varianti (in qualche maniera, in qualche misura, e credo che ce ne siano altre), è un’espressione che significa che sei abbastanza intelligente da avere almeno l’impressione che esiste un modo ben preciso in cui le cose funzionano, ma purtroppo è un modo incomunicabile perché sconosciuto e inspiegabile, perciò non ti resta che comunicare l’impressione stessa, aspettandoti che chi ascolta sia altrettanto intelligente da intuirla e condividerla. Sembrerebbe come un odore che si è fiutato e che si è tradotto in impressione grazie a certe abilità sospese tra l’olfatto e l’ermeneutica, che non sono da tutti, di ricostruire intuitivamente una visione d’insieme e sistematica a partire da uno stato di cose caotico o almeno ambiguo. In un senso secondario equivale a in un certo senso, in senso lato, e allude a un modo in cui vanno le cose alternativo e parallelo a quello più evidente, ma forse non meno significativo.
Mi ha colpito molto perché la categoria di persone che usa più spesso questa espressione o una qualsiasi sua variante è quella dei professori, cioè coloro che dovrebbero spiegarmi le cose di cui parlano. Mi è capitato spesso di restare un po’ perplesso nello scoprire, dopo un’ora o due di lezione, che alla fine la cosa più importante succede in qualche modo.
Capisco che ai miei professori, in qualche modo e in particolar modo, si può anche concedere il perdono, perché in semiotica ci sono ancora tante cose da capire e a un certo punto ci si deve pure accontentare. Tuttavia il problema non riguarda solo i professori, ma un po’ tutti quelli che aprono bocca. È un problema diffuso, contagioso e difficile da eliminare. Fino a qualche mese fa anche per me era difficile evitarlo.
Il motivo per cui l’espressione mi infastidisce è molto semplice: o sai di cosa parli, oppure no. Nel primo caso mi piacerebbe sapere anche in quale modo succede ciò di cui stai parlando; nel secondo non costa nulla dire che non lo sai, e ragionarci insieme forse potrebbe essere utile per tutti. In qualche modo mi sembra un’espressione che tradisce un atteggiamento pressappochista e presuntuoso nei confronti della cultura, a qualsiasi livello.
Diverso è il discorso per le volte in cui in qualche modo viene usato per parlare di qualche modo nel senso di una pluralità non ben definita di modi –
«È possibile uscirne vivi in qualche modo: puoi fuggire da codardo, fare in modo che se la prenda con qualcun altro, mimetizzarti con il muro finché non si addormenta e colpirlo a morte nel sonno… oppure puoi affrontarlo da vero uomo grazie al corso Matador, porque no? in 24 dvd ogni settimana in edicola!», disse un finto torero in televisione.
– oppure nel senso di un modo sconosciuto, ma giustificato dall’incertezza del futuro –
«In qualche modo ce la caveremo!», disse la centralinista al suo compagno che aveva perso il posto da barista perché si era iscritto al sindacato.
Ovviamente quando sento troppo spesso un’espressione che mi infastidisce inizio a notarla ovunque, e ho scoperto che dicono in qualche modo a sproposito, e spesso come semplice intercalare, quasi tutti quelli che parlano in tv (soprattutto i giornalisti e i politici, ma anche personaggi più frivoli e in contesti più audaci del talk show); lo dicono tutti quelli che parlano in pubblico in convegni, conferenze, presentazioni di libri e altri eventi culturali; lo dicono i ragazzi, gli studenti, le signore sull’autobus, quelli che parlano al cellulare; c’è in quasi tutti i libri e di certo non manca sui giornali. Forse un giorno lo dirà anche la cassiera della Coop:
Cassiera: Buonasera!
DRC: ‘Sera.
C: Carta Coop?
DRC: Sì.
C: …
DRC: …
C: Sono dieci euro e cinquanta.
DRC (tiro fuori 20 euro): Ecco.
C: Non avresti in qualche modo i 50 centesimi?
DRC: In nessun modo, mi dispiace.
Diciamo che io sono un garantista. Sono per ipotesi il più garantista di tutti. Diciamo che io voglio deliberatamente non vedere l’evidenza e pensare e credere sul serio che Silvio Berlusconi sia innocente.
Chiariamo subito che ciò non mi impedisce di chiedere che si dimetta e si lasci processare, perché l’imputato sarà pure presunto innocente, ma non è ancora assolto.
Sempre da garantista, inoltre, spero e mi auguro con tutto il cuore che Silvio Berlusconi sia colpevole di tutto e di più.
Non sono una persona cattiva (sono garantista) e non odio Silvio Berlusconi, ma dico questo perché è il principio stesso della presunzione di innocenza che insinua un dubbio non da poco: se Berlusconi (per assurdo) affrontasse i processi e risultasse (sono garantista) innocente, ciò significherebbe che nel nostro Stato è giusto che qualcuno possa diventare per vie lecite stratosfericamente più ricco e potente degli altri. Ed è proprio qui il vero Problema-Silvio-Berlusconi.
L’emergenza non è Silvio Berlusconi che cerca di sfuggire ai processi, ma la sua ricchezza oscena, la cui ostentazione è una bestemmia contro chi non ha niente e non può farci niente. Un uomo come Silvio Berlusconi non dovrebbe esistere, la sua montagna di denaro fa schifo e l’ostentazione della sua ricchezza è uno schiaffo ai principi della democrazia. Che Berlusconi si sia arricchito per vie lecite o meno, allora, è secondario. La vera questione è: l’Italia può accettarlo?
Se Silvio Berlusconi il 6 dicembre dovesse (per assurdo) dimettersi e (per assurdo) affrontare i suoi processi ed essere (sono garantista) assolto da tutto, non ci sarebbe nulla di cui essere soddisfatti: non sarà con le dimissioni di Silvio Berlusconi che l’Italia diventerà un Paese giusto, ma solo con la sua condanna.
Uno Stato che non condanna la sua oscenità è uno Stato ingiusto, sbagliato, malato, pazzo, colpevole: se l’Italia è uno Stato giusto, Silvio Berlusconi è per forza colpevole di qualche cosa.
Io sono l’essere più garantista dell’universo conosciuto, e il dilemma che mi tormenta è questo: o è innocente Silvio Berlusconi, oppure è innocente lo Stato italiano. Non si sfugge.
Mi sono accorto, sia per esperienza personale, sia sentendo e leggendo esperienze di molte altre persone nella mia stessa miserabile condizione, che una delle cose più difficili per uno che studia semiotica è riuscire a dare una risposta completa, esaustiva e semplice all’inevitabile domanda che prima o poi amici e parenti faranno:
Precisamente, cos’è che studi?
La prima risposta, che per tutti i comuni mortali non è affatto una risposta, è: «Semiotica», e in genere, conoscendo i miei polli, lo dico preparandomi già a dover spiegare che cosa sia questa semiotica e quindi ad addentrarmi in discorsi che non sto qui a riportare. Tuttavia mi rendo conto che, malgrado mi sforzi di essere completo, esaustivo e semplice, non è questa la risposta che vogliono, perché altrimenti i miei polli mi farebbero ulteriori domande per capire meglio la definizione di semiotica che goffamente tento di sintetizzare.
Ho capito che la vera curiosità non è su ciò che studio, bensì su che tipo di figura professionale diventerò quando mi sarò laureato in quel diavolo di corso di laurea a cui sono iscritto.
Chiarito questo, cercherò di dare una risposta completa, esaustiva e semplice.
Chi studia semiotica non si chiama semiotico, ma semiologo; quindi sono un semiologo. Un semiologo, professionalmente parlando, non è altro che quell’individuo fastidioso e con naturali tendenze radical-chic che ti spiega perché le cose significano quello che significano.
Se, per esempio, uno ti racconta che ci sono un inglese, un francese e un italiano in un castello infestato dai fantasmi e la prima notte a mezzanotte compare il fantasma Formaggino nella camera dell’inglese e gli fa «Uh! Sono il fantasma Formaggino!» e l’inglese scappa terrorizzato, e la seconda notte a mezzanotte compare il fantasma Formaggino nella camera del francese e gli fa «Uh! Sono il fantasma Formaggino!» e il francese scappa ancora più terrorizzato dell’inglese, e la terza notte a mezzanotte compare il fantasma Formaggino nella camera dell’italiano e gli fa «Uh! Sono il fantasma Formaggino!» e l’italiano gli risponde «Vieni qua, che ti spalmo nel panino!», il semiologo ti spiega che se sei un bambino la storia ti fa ridere perché l’italiano ti sorprende e aggiunge al tuo bagaglio culturale (Enciclopedia) che l’inglese e il francese sono dei cacasotto che hanno come oggetto di valore la durata della loro vita, mentre l’italiano è furbo e ha per oggetto di valore la qualità della sua vita, perciò è più incline a non accettare la regola che i fantasmi fanno paura: se può avere del formaggio da spalmare sul pane non scappa terrorizzato solo perché il formaggio in questione parla ed è un fantasma, ma se lo prende. Se non sei più un bambino non ti fa ridere perché sai già come va a finire.
Il lavoro del semiologo, dunque, è quello di considerare i propri simili dei poveri minorati mentali a cui bisogna spiegare le barzellette. Per questo di solito il semiologo viene, giustamente, emarginato dalla società.
Hai presente quelle domeniche che hai voglia di cucinarti qualcosa di buono ma fai mente locale e ti rendi conto che qualunque sia la ricetta che vuoi fare ti manca sempre almeno un ingrediente fondamentale e la Coop è chiusa perché è domenica e quindi niente, e magari ci sarebbe qualcosa da mangiare in alternativa ma non è per niente sfiziosa – perché non si tratta tanto di soddisfare il bisogno primario di sfamarsi quanto quello di sentirsi realizzati in cucina – e quindi quasi quasi ti passa del tutto la voglia di mangiare? Bene: a me capita anche il mercoledì.
Dopo un piatto di fagioli a pranzo – sì, sono tornati – volevo una cena leggera, ma non inconsistente. L’idea di cenare con un’arancia e una tazza di tè mi ha sfiorato per un lasso di tempo molto (molto) breve; un piatto di Orecchiette, broccoli e mollica fritta mi sembrava eccessivo, e poi non avevo il pane da sbriciolare, perché è diventato duro; mi sarebbe piaciuto trasformare il pane duro in Cialledd, ma mi mancavano i pomodori; ho provato a tagliarlo per farne dei crostini da accompagnare, a mo’ di aperitivo, con un po’ di pecorino che andava consumato perché iniziava a fare la muffa, ma il pane alla prova del coltello si è rivelato più che duro: roccioso.
Non avevo molta scelta. Le prospettive per la cena erano solo due: 1) accettare la scatoletta di Simmenthal del coinquilino; 2) inventarmi qualcosa.
Dunque ho preso a ciabattare su e giù per la casa, valutando più o meno lucidamente le possibili combinazioni di sapori a mia disposizione e cercando di stimolare un’idea che fosse leggera e allo stesso tempo soddisfacente, mentre Piero (il coinquilino) riversava nel suo piatto il contenuto della scatoletta e ne grattava il fondo con la forchetta. Fulminea e inaspettata, seppur a lungo invocata, tra un passo e un graffio di metallo e un passo e uno spiaccicamento di gelatina, come una visione sciamanica – una versione più selvaggia della classica lampadina – ha preso forma davanti al mio terzo occhio l’idea un po’ sfocata di una ricetta che fin dalla scoperta del fuoco è sempre stata scritta nel destino dell’umanità e aspettava solo che venisse alla luce colui che sarebbe stato in grado di cucinarla (che sarei io).
I cibi si presentano infatti in tre condizioni fondamentali, crudi, cotti o putridi. Rispetto alla cucina lo stato crudo rappresenta il polo non marcato, mentre gli altri due sono fortemente connotati, ma in direzione opposta: il cotto è una trasformazione culturale del crudo, il putrido è la sua trasformazione naturale.
(Citazione di Claude Lévi-Strauss copincollata da questo bell’articolo. Il famoso triangolo culinario, invece, è questo.)
Quando il selvaggio che è in noi si risveglia non c’è né da esitare né da pianificare: bisogna lasciarsi andare, seguire l’istinto, presentire e pregustare. Se si lascia al dubbio il tempo di insinuarsi e far domande, è finita.
E io non ho perso un attimo: ho messo l’acqua sul fuoco, ho lavato i broccoli e ho sbucciato un’arancia; ho buttato i broccoli in pentola, ho sbattuto il pecorino sul tagliere e ho deposto l’arancia a spicchi nel piatto; ho fatto a pezzi gli spicchi, ho tagliato il pecorino a quadretti e ho scolato i broccoli bolliti; ho condito l’arancia con olio e sale, l’ho cinta di broccoli e ho incoronato tutto con dei raggi di pecorino.
Crudo, cotto e putrido in un piatto solo. È ideale per l’aperitivo o come antipasto. Un bicchiere di birra è la morte sua.
Thea era uno dei capitoli contenuti nell’anteprima di un libro di cui non ricordo né titolo, né autore, né casa editrice. Tra quotidiani, riviste e volantini, il minilibricino piccino – era una specie di allegato del Corriere della sera; sarà stato alto 12 cm, non di più – in cui c’erano due o tre capitoli di un libro che non so bene se era appena uscito o stava per uscire (ma credo la prima), con la sua copertina verdastra di cartoncino, se ne stava su quel banchetto e aspettava qualcuno che preferisse lui all’attualità. In realtà avrei preferito l’attualità, ma era già occupata; quindi presi l’anteprima. Ho letto forse un paio di pagine, non molto. Ricordo che mi ha conquistato subito.
C’è questa Thea, che è una ragazza che fa la supplente di una badante di una vecchia in sedia a rotelle, e che, nelle righe iniziali che ho letto, la accompagna in bagno, tra le fatiche e le difficoltà di gestire un corpo malato che non può reggersi in piedi da solo. Mentre Thea posiziona la vecchia sul cesso, nota un affare che le penzola dal culo, rosso e gelatinoso. Me lo immagino come il Mostro delle Fogne, questo coso che penzola dal culo della vecchia. E quella fa a Thea, scuotendo il culo: «Ficcalo dentro!», e Thea: «Ma cos’è?», e la vecchia: «È un prolasso. Ficcalo dentro!», e io mi chiedo: «Che cacchio è un prolasso?», e Thea mi risponde: «Sta dicendo che quello è il suo retto che penzola rosso e gonfio e pulsante fuori dal suo buco del culo? E vuole che glielo rimetta dentro?», e la vecchia credo che annuisca o le dica proprio di sì. Anzi, le dice proprio di sì. Le fa proprio: «Sì, ho detto ficcalo dentro. E muoviti, che c’è corrente e mi si raffredda l’interno del culo», e Thea non lo so se lo fa o se si rifiuta – ho dovuto chiudere lì – ma ho il sospetto che lo fa.
È stato difficile resistere alla tentazione di infilarmi in tasca l’anteprima di libro, ma poi ho pensato che come anteprima era abbastanza, che se volessi continuare a leggere potrei sempre procurarmi il libro, e infine che, se l’avessi presa, le altre persone che aspettavano la pizza non avrebbero mai letto la storia di Thea e del prolasso della vecchia.
Non è che mi piaccia particolarmente l’autunno. Mi piace, certo, ma né più né meno delle altre stagioni.
Una volta era così. Una volta mi piaceva l’autunno e non mi piaceva l’estate, mi piaceva il freddo e non mi piaceva il caldo, mi piaceva la notte e non mi piaceva il giorno, e così via per un sacco di cose: euforico vs. disforico. Poi sono cresciuto e ho capito cosa mi piace veramente.
Il punto non è l’autunno, ma il suo arrivo. Il bello non è star fuori, ma uscire. Non stare in casa: tornare. Non un bel voto, ma vederlo scrivere sul libretto. E così per tutto: l’alba, il tramonto, l’insediamento del nuovo coinquilino lunedì mattina, la cottura della costata di maiale, la combustione della sigaretta quando la aspiro. Non è una cosa così strana. Anzi, credo che in fondo sia così per tutti: sono belle le manifestazioni delle relazioni tra le cose, più che le cose in sé. Mi piacciono i momenti in cui si passa da uno stato all’altro.
Se è vero che – panta rei – passiamo continuamente da uno stato all’altro, che i cambiamenti sono talmente all’ordine del giorno che la vera svolta sarebbe smettere di cambiare, però, è anche vero che la maggior parte di essi passa inosservata. Quando la primavera è diventata estate? Quando, precisamente, l’autunno diventa inverno? Quando sboccia il primo fiore di primavera?
Che la maggior parte dei cambiamenti passi inosservata è funzionale al processo che genera il Cambiamento, l’evento catartico della cui bellezza si deve godere. Pian piano, sottobanco, qualcosa si muove: il capitalismo fa buchi e li rattoppa alla buona, le nuvole confabulano nell’aria ancora calda e siamo a ottobre; uno si convince che le cose andranno sempre bene, uno inizia a temere che sarà estate anche a Natale. E poi, una mattina: Crisi.
E così il passaggio dall’estate all’autunno: succede all’improvviso, una mattina; colpisce sempre come un piccolo 9/11. Ogni anno, verso metà ottobre, tutti ricordano bene l’evento traumatico che ha proiettato il mondo in una stagione più fredda e più grigia, lo scoppio che scatena la guerra, il collasso che rigenera il sistema, lo strapiombo dove non te l’aspetti: la Pioggia che ha scatenato l’autunno.
È questo che mi piace: che l’autunno sa entrare con stile.








