Gli insetti più piccoli e quelli grandi

1. Aneddoto che è prova della mia sfiga, o del fatto che porto sfiga (dipende dai punti di vista), ma soprattutto che rende buffa una tragedia

Venerdì pomeriggio ‒ era venerdì 13, ma non sono superstizioso, e comunque in Italia vale il 17 ‒ sono andato a Matera a salutare una coppia di sottoboschi in vacanza e, tra una chiacchiera e l’altra, ho raccontato le seguenti cose: che Altamura tutto sommato è una città noiosa proprio come Matera; che quest’anno da queste parti non fa molto caldo e perciò sono andato al mare solo una domenica; che sto passando l’estate in biblioteca a preparare un esame per settembre; infine, che se c’è un motivo per cui sono contento di essere qui, è che a Bologna c’è quella stupida ordinanza che vieta di vendere alcolici da asporto dopo le 22 e qui no, quindi la sera posso stare fuori e bere una birra o due con i miei compari in tutta tranquillità.

Mang p’ u cazz.

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Bettina

Chi sei, Bettina? Ce lo chiediamo un po’ tutti, noi fumosi frequentatori di angoli bui dei locali alla buona, tra un mezzo sorriso ingiallito ed un sorso di birra a buon mercato (ma neanche tanto). Bettina, chi sei? Sappiamo solo il tuo nome: Bettina; e che hai vinto una grossa bottiglia di whiskey, e non c’eri. Tre litri e non c’eri. Ti hanno telefonato, Bettina, per dirti che hai vinto tre litri di whiskey; e tu non c’eri.

Mattia sognava di lunghe notti ad allungarlo con la Coca-Cola, e dei giri in bici con quella bella bottiglia spigolosa nel cestino. Nicola era sicuro che avrebbero estratto il suo biglietto su cui aveva dimenticato di scrivere il numero di telefono, e sapeva che, se fosse andato via prima dell’estrazione, avrebbero pescato proprio quello lì, fra i tanti; e confidava nella sua sfortuna, e tanto ci credeva, che sperava gli portasse fortuna. Io alla dea bendata, soprattutto se ha le fattezze di un uomo di mezza età coi rasta lunghi fino alle cosce, non ci credo, ma se avessi vinto avrei offerto da bere whiskey a tutti: mi piaceva la bottiglia, e mi bastava anche vuota; e offrire da bere a un bar intero dev’essere un’esperienza.

Sono e restano bei sogni, e nient’altro che questo, tuttavia, perché, Bettina, insieme a quella leggerezza del tuo nome senza un fronzolo che non sia un vezzeggiativo impertinente, è rimasto tutto quanto sospeso nella nebbiolina tra la schiuma e le risate.

Che tu esista o no, non è importante: è stato bello, in ogni caso, passare due ore a bere e a parlare molto male di te. Ma se davvero non esisti, allora lasciacela, quella bottiglia, Bettina.

Punto e virgola

Ogni compleanno è un punto e virgola: è un’occasione per riflettere su quanto si è fatto nella propria vita, per tirare le somme, fare bilanci, sentirsi soddisfatti o considerare tutto sbagliato e decidere di ricominciare da capo; ed è, il compleanno – o, meglio: tutto il pacchetto di riflessioni che esso induce –, l’occasione migliore per capire che non è consentito mettere un punto e andare a capo; si può, però, mettere un punto e virgola e continuare a scrivere la storia facendole prendere svolte inattese, aprendo parentesi, ricamando note al margine che siano notevoli e non marginali, e collegamenti ipertestuali; ci si può divertire, sbizarrirsi; non lasciare della propria vita uno scarno elenco puntato di quel che si è fatto, ma un lungo periodo di prosa scintillante dal ritmo incalzante – tutto sta nell’esercizio quotidiano: nel vincere la pigrizia a cui ci pieghiamo ogni volta che tracciamo una riga traversa sopra l’archivio di righe verticali sul muro della cella alla fine del quinto giorno, e nel prendere in pugno la penna e iniziare a riempire le righe di un foglio con tutte le cose che ogni giorno viviamo, nel quotidiano – e facendo un uso appropriato del lessico; si può, per esempio, parlare di un’altra noiosa giornata di pioggia e di studio in termini di curiosità, meraviglia e poesia; si può prendere di petto la sfida al punto da trovare argomenti per riempire le righe anche quando oggettivamente non ci sarebbe nulla di così sensazionale da ricordare; e sono quelli i momenti in cui si scrivono le cose più belle, perché ci si affida solamente al proprio talento, alle proprie energie, tirando fuori – e stupendo persino sé stessi nel farlo – la tenacia che è propria di chi non si vuole fermare e che sa che quella, che sembra soltanto una frase che nessuno mai citerà, è destinata a diventare un pezzo grande della propria storia; e non parlo di medaglie, onori e gloria, ma di quei punti di snodo che portano il discorso a vette prima neanche immaginate; perché è così, è sempre così, e non è facile retorica, ma un chiara implicazione logica basata sul principio che a un massimo dispendio di energia corrisponde il massimo grado di soddisfazione; è un po’ come quando vai in palestra e corri sul tapis roulant – o, almeno, è una cosa che a me succedeva in quella situazione –, e all’inizio vai piano e ce la fai e ti annoi e non vedi l’ora che finisca, ma poi, aumentando la velocità – io ero masochista e me l’aumentavo da solo di un bel tot ogni minuto – e correndo a falcate sempre maggiori in un tempo sempre minore, arrivando all’ultimo minuto a una velocità davvero spropositata – tanto che le gambe arrivano ad essere orizzontali e non cadi con le palle sull’affare che rotea vorticosamente solamente per un miracolo della gravità, e i polmoni ti bruciano e il cuore ti scoppia e il sudore ormai ha sostituito le lacrime e ti acceca –, be’, alla fine di quei venti minuti – no, non dieci: venti; l’ho detto che sono masochista, no? – mentre il tapis roulant rallenta e ti accompagna per due minuti verso un battito cardiaco più umano, ti senti grande; be’, è più o meno lo stesso per ogni cosa della vita; e sta tutto qui, nel mettercela tutta; ed è quello che farò, a cominciare da domani, ché oggi è il mio compleanno e mi sembra anche giusto godermi un po’ di relax e ricevere qualche visita (non che aspetti chissà chi, ma c’è una signorina che verrà addirittura da Venezia, e devo fare gli onori di casa); ma da domani inizierà a farsi sentire sempre più greve l’inesorabile incedere del primo esame bolognese, e dovrò arrivare lì preparato, sebbene, essendo sessantasettesimo nella lista, potrei anche studiare tutto il programma mentre la professoressa interroga i sessantasei che vengono prima di me; e poi, sempre domani, inizia il corso di una professoressa che può testimoniare che con il punto e virgola si vive meglio, e, anche solo per questo, devo riuscire almeno a non arrivare in ritardo alle sue lezioni; e non solo: ci sono ancora quasi due mesi di inverno prima che arrivi la primavera; ci sono ancora molti luoghi da visitare, e la precedenza va a Casalecchio di Reno, perché è il capolinea dell’autobus che prendo ogni giorno e sono troppo curioso di vedere dove va a finire; d’altra parte, voglio anche mantenere i contatti con la mia terra, l’Alta Murgia, Altamura, e tenermi sempre informato su quel che accade, cercando di contribuire al dibattito, e magari, da un punto di vista così distante, dare un contributo diverso e in qualche modo costruttivo (ché è una terra che ha tanto bisogno di diversità); e poi ci sono i mille progetti che ho in testa, dei quali se riuscirò a realizzarne mezzo sarò più che soddisfatto; ho edificato una torre di libri sul comodino, e ho intenzione di abbatterla; devo assolutamente impegnarmi al massimo alla ricerca di un qualunque locale, anche una bettola pulciosa sotto il portico più buio, in cui la birra costi poco (perché 4 euro non sono pochi!); e, soprattutto, mi sa che dovrò decidermi a mettere qualche punto e virgola in meno: per ora, questo è l’ultimo;

Se non ci fossimo mai incontrati

I collegamenti tra gli oggetti sono alla base della generazione del senso (o così mi pare di aver capito da Wittgenstein e Deleuze, per ora). Gli oggetti, indipendenti da legami, non esistono; e sfido chiunque a immaginarne uno che sia uno. Ciò che esiste, per me, esiste sotto forma di immagine che io mi sono fatto di ciò che esiste; e l’immagine, che è composta da raffigurazioni delle cose – raffigurazioni che hanno in comune con gli oggetti il fatto di essere collegate tra loro –, è il mio schemino mentale del sistema in cui e con cui interagisco. Tutto ciò che non immagino, ancora non esiste; oppure, probabilmente, esiste tutto ciò che io non riesco ancora a immaginare.

Ciò significa che è anche vero che, in qualche modo, tutto ciò che riesco a immaginare non può non esistere, e un corso della mia vita alternativo a quello che è stato, ma carente di determinati oggetti, quanto più forti sono i legami tra me e quegli oggetti, tanto più mi risulta difficile immaginarlo – se non sforzandomi di sostituire ad essi altri oggetti sostanzialmente uguali, che svolgano la loro stessa funzione: un Filippo biondo, un Michele coi baffi, e così via.

Perciò ho ottime ragioni per rispondere alla domanda «Ti chiedi mai come sarebbero andate le cose se non ci fossimo mai incontrati?»: «No». E dovresti esserne lusingato, amico mio: è una cosa che non riesco a chiedermi, e, se anche ci provassi, non saprei cosa rispondere. Però ti potrà far piacere sapere che mi diverto spesso a immaginare in quali altre circostanze avremmo potuto incontrarci, se non ci fossimo incontrati come ci siamo incontrati; ed ogni caso finisce davanti a una birra.