Di solito quando giunge il momento di andare alla cassa cerco sempre di scegliere quella con la mia cassiera preferita. Parlo di una ragazza biondina con gli occhiali, un bel sorriso e una voce gradevole, con qualche ruga ai margini della bocca che serve a sottolineare che non ha più vent’anni e la coda di cavallo che dice chiaramente che non può aver sorpassato da molto i trenta, se davvero li ha sorpassati. Qualche volta ho scelto la fila più lunga anche se avevo fretta, solo perché avevo visto che c’era lei alla cassa.
Non so dire da dove venga tanta attrazione per quella giovane donna e la sua cassa: forse è tenerezza, perché – c’è poco da fare – una che mi sorride così, che non fa quel sorriso da politico che sono addestrate a sfoderare certe cassiere, ma un sorriso con gli occhi, di certo non mi lascia di ghiaccio; forse mi nutro di malinconia, ché a vederla lì ne provo tanta per il suo destino dietro la cassa, che non credo sia il sogno nel cassetto di nessuno, eppure lei lo fa sorridendo come se fin da bambina avesse sempre desiderato, da grande, dire alla gente quanto costano le cose; o, forse, cerco solo di sfruttare i suoi sorrisi per provare un briciolo di piacere nel pagare. Fatto sta che ogni volta che la vedo mi vien voglia di abbracciarla.
Quando non c’è, ho la mia cassiera preferita di riserva: una signora bella, grande, gioviale e dalle gote rubiconde che mi prende sempre in giro per la Carta Coop tutta mordicchiata – ma questa è un’altra storia.
Questa sera – era quasi ora di chiusura – prima di me c’era un suo amico, credo, o quanto meno un cliente così affezionato da avere ormai anche un nome proprio. Parlavano e lei l’ha chiamato per nome, dunque si conoscevano, ma non ho fatto attenzione a cosa dicevano, perché ero troppo impegnato a mettere la mia roba sul – non so precisamente come si chiami, ma credo si capisca se dico – piano di gomma scorrevole che avvicina i prodotti alla cassiera ordinati per cliente grazie alla cosa di plastica su cui c’è scritto Cliente successivo. Lo scontrino del suo amico aveva delle macchie viola.
Levatosi dai piedi il suo amico, mi guarda intensamente e storce la bocca in una smorfia desolata. Dice: «Devo farti aspettare un pochino». Che tenera, penso. La vedo andare in fondo verso la cassa numero uno, sparire dietro l’altra cassiera e tornare con qualcosa in mano. Forse è andata a prendere delle monetine per il resto, penso; e invece era il rotolo degli scontrini: era finito. Sorride, prende il primo prodotto, le passo la Carta Coop.
Ogni volta che le do la Carta Coop immagino che lei creda che il mio nome sia quello stampato sulla Carta, e trovo buffo che quando finalmente ci chiameremo per nome lei mi chiamerà con il nome sbagliato. Lo trovo così buffo che mi scappa sempre un mezzo sorriso, e lei sorride per contagio.
«Sono venticinque e ottantacinque.»
Da questo momento in poi – attenzione – è stato un crescendo continuo di sguardi, sorrisi ed esclamazioni di gratitudine e autentica felicità innescati da un comportamento che, sebbene sensato, non ha nulla di ragionato. Anzi, per tutto il tempo la mia parte cinica e pigra mi chiedeva perché non avessi tirato fuori altri cinque euro invece di perder tempo a fare quel che vado a raccontare.
Nel portafogli avevo tre da dieci e due da cinque. Tiro fuori due da dieci e una da cinque. Vedo la mia cassiera preferita sorridere in modo, diciamo così, regolare. Metto a posto il portafogli, prendo il barattolo degli spiccioli e inizio a frugare.
Cinquanta centesimi. La sorprendo mentre già era in torsione verso la cassa per il resto, ed è bello il suo sorriso un po’ sciupato dalla bocca che andava aprendosi ad O per la sorpresa. Mentre frugo ancora, si ricompone.
Venti centesimi. Poggia i gomiti sul piano e il mento sui palmi delle mani e mi guarda estasiata. Credo le luccichino gli occhi e la sento inspirare forte e con la bocca.
Dieci e cinque centesimi (li prendo insieme). Finalmente mi parla, e la sua voce è più soave di un coro di putti alati. Sospira un lungo: «Oh!», quasi le si scioglie l’intera architettura della faccia per l’emozione e infine dice: «Sei fantastico!». Le sorrido appena, imbarazzato, e, prima che andassi via, mi parla ancora: «Buona domenica!» mi dice. Io la guardo: ride con gli occhi, e si vede che me lo dice col cuore.
Fuori analizzo tutto con lucidità e sono felice: abbiamo fatto, insieme, i primi incerti passi di una promettente intimità commerciale.
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