Ragazzi d’Italia

Era forte, il vecchio Lorenzo. Vecchio, poi. All’epoca avevamo meno di trent’anni. Non eravamo vecchi: ci chiamavano ancora ragazzi. Se non avevi una certa stabilità economica ti chiamavano ragazzo anche fino a trentacinque o quarant’anni, se te li portavi bene. La precarietà, la povertà, erano cose da ragazzi, anche se avevi già una famiglia, dei figli. Non avere una vita agiata, un lavoro vero, non significava essere poveri e precari, ma solo non essere ancora maturi. Ci affibbiavano lavoretti da garzone di bottega per tutta la vita, il massimo a cui si poteva realisticamente aspirare, sotto i trenta, era un contratto di qualche mese da apprendista, e circolava molto bene tra di noi l’idea che eravamo ragazzi, e non già adulti, finché le nostre vite versavano in quella sorta di limbo. Ci credevamo, quando parlavano di noi e ci chiamavano ragazzi, e crederci alimentava in noi la speranza che saremmo diventati, un giorno, uomini veri, fatti e finiti, mentre i nostri anni migliori si consumavano e la calvizie progrediva sulle nostre tempie. Questa era l’ovattata illusione in cui tutti, più o meno consapevolmente, eravamo avvolti. Erano tempi strani.

Lorenzo, poi, i suoi ventotto o ventinove anni se li portava benissimo. Nessuno avrebbe mai scommesso che avesse tre anni più di me. Semmai il contrario. La barba mi fregava.