Marcetta

Porta San Donato, 18h30 circa. Forse 18h40. Il semaforo diventa verde quando sono a un paio di metri dalle strisce pedonali. Quelle poche volte che mi succede sono sempre contento, perché non devo fermarmi: quando cammino non voglio ostacoli, soprattutto quando cammino per rilassarmi dopo un pomeriggio in biblioteca a studiare.

(A proposito di studiare in biblioteca, un giorno scriverò qualcosa sull’impressione che ho sempre, quando osservo tutti i ragazzi chini sui libri attorno a me, che ci sia una grande attività celebrale che nella mia immaginazione si manifesta, acusticamente e visivamente, sotto forma di vibrazioni provenienti dalle loro teste. Ogni volta vorrei ridere, ma devo trattenermi.)

Quella sera c’era una ragazza al semaforo che, quando è scattato il verde per i pedoni, era ferma proprio a un paio di metri da me, e poi era davanti a me quando abbiamo attraversato la strada, e poi era davanti a me anche su via San Donato. Aveva un paio di stivali marroni con dei tacchi non molto alti e portava una busta che, se la sagoma non mi ingannava, conteneva una bottiglia, o un flacone, e qualcosa di morbido e leggero. Mi sono concentrato su di lei perché avevamo lo stesso passo e perché, per il peso della busta che portava, era leggermente (molto leggermente) inclinata verso sinistra e ondeggiava le spalle e la testa per mantenere l’equilibrio, in un movimento ipnotico.

La distanza si è accorciata quando siamo arrivati al ponte di San Donato: ora ero a un metro da lei, forse anche meno. Continuavamo ad avere lo stesso passo, ma io avevo una falcata appena più lunga, così pian piano avevo guadagnato terreno. Mi sarebbe bastato fare due passi per passarle avanti, ma, a rischio di mettere a disagio la malcapitata con l’incombere sinistro della mia ombra, non l’ho fatto. Il motivo è che da quella distanza ravvicinata potevo sentire il suono dei suoi passi, ritmato, regolare, armonioso e curioso.

Come eseguendo uno spartito, al banale tacco-punta in 4/4 si aggiungeva, ora sì, ora no, per via del movimento ondeggiante e ipnotico delle spalle e della testa, il frusciare dello stivale sinistro contro la busta, appena prima del passo sinistro, e, come un rinculo, della busta contro lo stivale, poco prima del passo destro.

L’ambiente era urban ‒ un ponte sopra una delle ferrovie più grosse d’Italia, una grata di ferro, grossi palazzi grigi antiestetici, traffico di bici, auto e bus, lampioni giallognoli, semafori differenziati per corsia, treni di sotto, aerei nel cielo, alberi gemmati nel cemento, le luci della centrale elettrica ‒ e il sound del tacco contro l’asfalto e della plastica contro il cuoio era minimal:

| toc toc toc sfrush-toc-sfrush | toc toc toc sfrush-toc-sfrush |

Il ritmo, invece, per via della terzina busta-tacco-busta, sembrava quello di una marcetta militare ‒

| ta ta ta ta-ta-ta | ta ta ta ta-ta-ta |

‒ e infatti la parte in salita del ponte è volata via come niente, con quella musica incalzante. Poi lei si è infilata in una scala di metallo, a metà ponte, producendo nuovi suoni ad libitum sfumando, mentre io ho proseguito verso casa, ormai tutta in discesa.