Due sogni

#1

Ero impegnato nella realizzazione di un video tutorial da diffondere in Rete (maiuscolo, come va di moda ora) per spiegare agli utenti della Rete “Come ci si nutre”. C’era tutto, dalla masticazione alla digestione; mostravo le modalità di consumazione di diversi generi alimentari sotto l’occhio attento della webcam, illustrandone le proprietà organolettiche e argomentando la scelta delle stoviglie e del tipo di approccio al cibo. Nella fase terminale della digestione andavo incontro alla morte per esubero di merda, sotto l’occhio attento della webcam.

#2

Il secondo sogno non riesco a trascriverlo per quanto era ripugnante. Il plot è che durante un viaggio in pullman io e un mio amico venivamo importunati da due vecchiette troppo audaci, insistenti e psicotiche contro cui gli astuti stratagemmi da ingegnere del mio amico nulla hanno potuto. Dopo il viaggio c’è stato anche uno strascico da melodramma agreste con tanto di dialogo filosofico-teologico al telefono e ‒ ciliegina sulla torta ‒ alla fine mi sono ritrovato, non so come, intrappolato sul tetto di una casa, senza nessuna possibilità di scendere e con le vertigini. E il tetto era fangoso.

Propositi per il 2012

Anche quest’anno, come era prevedibile, sta per finire. Ho una lista di cose che voglio fare nel prossimo anno e mi impegnerò per realizzarle tutte.

- Aggiustare la bici

- Trascrivere i miei sogni su un taccuino

- Laurearmi il più presto possibile

- Fare un lungo viaggio

- Trovare un lavoro, o un’attività artistica equivalente a un lavoro

La prima è facile, devo solo vincere la pigrizia. Sarà la prima cosa che farò appena torno a Bologna, lo giuro.

La seconda sembra la più facile di tutte, ma per me è la più difficile, perché non sono capace di portare avanti degli impegni con costanza troppo a lungo.

La terza è tosta, ma se mi impegno a scrivere con costanza nei prossimi mesi ce la posso fare.

Le ultime due, infine, si direbbe che siano conseguenze della terza, ma non è necessariamente così: potrei anche decidere di non laurearmi e partire per un lungo viaggio in cerca di fortuna. Vedremo.

Comunque vadano le cose, il 2012 sarà un anno molto impegnativo.

Sogni ‒ Un’altra serie di cose che vorrei raccontare, se avessi il tempo

Ho sognato di sparare a mio padre con un fucile da caccia e usarlo come ripieno per un rustico. Sul bordo del rustico c’erano i suoi occhi che mi guardavano e provavo vergogna.

Il giorno dopo ho sognato qualcosa di ancora più raccapricciante, mi sono svegliato di soprassalto e ho pensato che non potevo andare avanti così e che fosse giunta l’ora di vedere un dottore. Il sogno non me lo ricordo più, ma ora ho una teoria sul perché dimentichiamo i sogni.

Il giorno dopo ancora peggio: ascoltavo troppe volte e con troppo gusto una canzone di Ligabue e cercavo di convincere tutti che fosse bella. Brividi.

Stanotte ho sognato di avere conversazioni imbarazzanti con amici random in situazioni molto realistiche. Ho passato una domenica a credere che quelle conversazioni ci fossero state davvero.

Ultimamente ho paura di addormentarmi.

Ho imparato a sognare

Nei nostri sogni – i sogni che facciamo quando dormiamo, a occhi chiusi – le cose funzionano in modo abbastanza semplice; anche nei sogni più assurdi. Credo sia una teoria largamente accreditata e forse anche dimostrata, quella che i sogni siano rielaborazioni di alcune nostre esperienze: è così che qualche giorno dopo la fine delle vacanze i nostri sogni sono ambientati nei posti in cui siamo stati in vacanza; ed è così che la persona che in autobus ci ha colpito in modo particolare diventerà uno sconosciuto i cui tratti somatici saranno realistici in modo impressionante; quando, infine, sogniamo di essere in situazioni assurde o di fare cose assurde – e posso garantire di essere un esperto in questo tipo di sogni – in realtà è molto facile che le situazioni assurde siano solo un collage che ripropone frammenti di situazioni reali riordinati in una sequenza inedita, e che le cose assurde che facciamo non siano altro che una combinazione inedita di azioni semplici che magari facciamo quotidianamente. Non a caso l’incubo per antonomasia consiste nel correre a perdifiato per sfuggire a un malintenzionato inseguitore che non si vede e non si sa cosa voglia, e il momento in cui ci si sveglia è quello in cui si inciampa e si cade nel vuoto: chi non si è mai sbucciato le ginocchia inciampando mentre correva? Chi non ha mai avuto paura del buio? E non a caso, quando facciamo cose che da svegli non faremmo, come – per esempio – mangiare gli scarafaggi, succede che ci sia una specie di buco nero, come una scena mancante, proprio quando infiliamo lo scarfaggio in bocca e mastichiamo, per poi “riprendere le trasmissioni” quando lo scarafaggio nella nostra bocca è già ridotto a poltiglia e, guarda caso, ha lo stesso sapore delle olive nere o di un cioccolatino al caffè.

Le rielaborazioni che vengono a crearsi nei sogni sono imprevedibili e danno forma al genere del sogno. Di ritorno da una gita a Venezia, potrebbe succedere che all’uscita della stazione di Santa Lucia ci sia il ponte di Rialto che, passando sul Canal Grande, collega direttamente la stazione a piazza San Marco, come se fossimo dentro una specie di cartolina tridimensionale. Oppure potrebbe capitarci di fare cose più divertenti, come – che ne so – organizzare con i propri amici il rapimento dei piccioni di piazza San Marco per chiedere il riscatto a Cacciari, e poi rubare un vaporetto per sfuggire alle gondole dei carabinieri e portare i piccioni nel nostro nascondiglio segreto, che si trova al centro di un caleidoscopico labirinto di negozi di ninnoli di vetro di Murano: un sogno del genere è possibile se a Venezia abbiamo fatto (e trovato molto divertente fare) cose come inseguire i piccioni in piazza San Marco, spostarsi in vaporetto e perdere una giornata a Murano. Infine, l’incubo potrebbe essere non riuscire a trovare la strada né per Rialto, né per San Marco, né per la stazione, e girare disperatamente in un labirinto di calli tra la puzza di piscio e le pantegane. Chiaramente le cose in realtà non sono così lineari. I ricordi della gita a Venezia potrebbero mischiarsi con ricordi che con la gita non hanno nulla a che vedere. Le combinazioni sono infinite e molto meno banali di quelle che ho detto.

Rispondendo alla domanda che, arrivati a questo punto, immagino sia venuta in mente a tutti, se parlo di questa molto accreditata e forse anche dimostrata teoria è perché stanotte mi è successa una cosa che potrebbe mandarla in frantumi. Sono arrivato a Venezia in barca navigando sul ponte della Libertà (che non ho mai capito se la libertà si conquista andando dalla terraferma a Venezia o viceversa), che per l’occasione era fatto di acqua del tutto uguale all’acqua che c’è sotto il ponte. Sul ponte viaggiavano con la stessa identica facilità imbarcazioni e automobili. Ricordo con chiarezza un Ape Car parcheggiato a galla subito dopo la fine del ponte, dove iniziava una piazza San Marco fatta tutta di acqua in cui le persone potevano scegliere se spostarsi a nuoto o camminare sull’acqua. Sul pelo dell’acqua si vedeva il disegno dei mattoni della piazza, così come sul ponte della Libertà sull’acqua si vedeva come il fantasma dell’asfalto. Mi pare che tutti quelli che ho visto in piazza San Marco avevano scelto di camminare sull’acqua, forse per non bagnarsi i vestiti, o forse per evitare di prendersi la peste o il colera. Io invece proseguivo con la mia barchetta fino a raggiungere l’agrodolce metà e alcuni amici con cui dovevo incontrarmi (non è dato sapere perché). Era una cosa buffissima: sembrava di girare in triciclo tra i piedi dei grandi. Però non ero in triciclo: ero su una barchetta; una barchetta a remi; una barchetta a remi con un remo unico, tipo quelli da canoa. All’inizio, quando ero sul ponte della Libertà, non avevo idea di come fare a usare quel remo, ero goffo, e il remo – un remo molto gentile, devo dire – adattava le sue dimensioni alle mie necessità, allungandosi quando non riuscivo a farlo arrivare in acqua e tornando piccolo quando dovevo maneggiarlo per trovare una posizione più comoda o studiarlo per capire come funzionava.

Ora, se è vero che ho viaggiato qualche volta su qualche imbarcazione – vaporetto, traghetto, forse sono stato anche in una barchetta come quella del sogno – e dunque ho una vaga idea di come ci si sente ad affidare la propria vita a una specie di guscio di noce che galleggia in balia delle onde, sono assolutamente certo di non aver mai preso in mano un remo in vita mia. È un’esperienza che non ho mai fatto, e se esistesse un quaderno su cui fossero scritti tutti i ricordi della mia vita, lo mostrerei per far vedere a tutti che non esistono su nessuna pagina nessun ricordo di quando “Sono andato in barca e ho imparato a remare”, né di quando “Ho preso un remo da canoa e ho allagato casa, poi mi sono messo nella vasca da bagno e ho imparato a remare” né nessun ricordo che possa anche lontanamente far pensare che io abbia mai imparato o anche solo provato a remare. L’unica esperienza vagamente simile a remare che ricordo di aver fatto è usare il cucchiaio di legno per girare la pasta.

Quella del sogno di stanotte era un’esperienza completamente diversa, nuova, che stavo imparando in quel momento: quando sono arrivato quatto quatto alle spalle di Francesca per farla spaventare districandomi abilmente tra la folla, il remo aveva smesso di cambiare forma, andavo bello spedito e sicuro di me ed ero felice di saper già remare così bene.

Non so bene cosa sia successo, né come sia potuto succedere, ma di una cosa sono sicuro: ho fatto un’esperienza nuova. Che si sia verificato un cortocircuito nel sistema di generazione dei sogni o chissà cosa, non mi interessa. Stanotte sono andato a Venezia e ho imparato qualcosa. Il problema è: che cosa?

La risposta, delle due l’una: o, sognando, ho imparato a remare, oppure, remando, ho imparato a sognare.

Bettina

Chi sei, Bettina? Ce lo chiediamo un po’ tutti, noi fumosi frequentatori di angoli bui dei locali alla buona, tra un mezzo sorriso ingiallito ed un sorso di birra a buon mercato (ma neanche tanto). Bettina, chi sei? Sappiamo solo il tuo nome: Bettina; e che hai vinto una grossa bottiglia di whiskey, e non c’eri. Tre litri e non c’eri. Ti hanno telefonato, Bettina, per dirti che hai vinto tre litri di whiskey; e tu non c’eri.

Mattia sognava di lunghe notti ad allungarlo con la Coca-Cola, e dei giri in bici con quella bella bottiglia spigolosa nel cestino. Nicola era sicuro che avrebbero estratto il suo biglietto su cui aveva dimenticato di scrivere il numero di telefono, e sapeva che, se fosse andato via prima dell’estrazione, avrebbero pescato proprio quello lì, fra i tanti; e confidava nella sua sfortuna, e tanto ci credeva, che sperava gli portasse fortuna. Io alla dea bendata, soprattutto se ha le fattezze di un uomo di mezza età coi rasta lunghi fino alle cosce, non ci credo, ma se avessi vinto avrei offerto da bere whiskey a tutti: mi piaceva la bottiglia, e mi bastava anche vuota; e offrire da bere a un bar intero dev’essere un’esperienza.

Sono e restano bei sogni, e nient’altro che questo, tuttavia, perché, Bettina, insieme a quella leggerezza del tuo nome senza un fronzolo che non sia un vezzeggiativo impertinente, è rimasto tutto quanto sospeso nella nebbiolina tra la schiuma e le risate.

Che tu esista o no, non è importante: è stato bello, in ogni caso, passare due ore a bere e a parlare molto male di te. Ma se davvero non esisti, allora lasciacela, quella bottiglia, Bettina.