I compagni

Mi aggiravo solingo per corso Umberto I un sabato mattina d’agosto, accaldato, in cerca di una striscia d’ombra che purtroppo a mezzogiorno non c’era, se non sui gradini delle porte e sì e no qualche centimetro più in là sul marciapiede. I miei amici erano lontani, a rinfrancarsi e ritemprarsi di un anno di fatiche in una settimana di villeggiatura esotica, oppure chiusi in casa a studiare. Io, al contrario loro, mi trovavo nel triste limbo della nullafacenza forzata, e per reazione presi e andai a comprare un biglietto per una fuga di un paio di giorni nientemeno che a Napoli.

Mi aggiravo dunque solingo per corso Umberto I, ma affatto triste, bensì baldanzoso e fiero dell’acquisto e impaziente di partire. Mi sarei recato a far visita al mio coinquilino, con cui ho diviso il pane e il tetto per due anni, e si sarebbe unito a noi un altro compare impegnato in un viaggio in Italia, che proprio in quei giorni avrebbe fatto una sosta sotto il Vesuvio.

Ebbene, poco oltre la bottega della musica dove feci il garzone in gioventù, un noto matto del paese che si era accaparrato un prezioso posto all’ombra sui gradini di una porta d’un’abitazione privata e che stava lì col cappellino di lana fino agli occhi* a guardar chi passa e chi non passa, vedendomi passare solingo e baldanzoso, dovette pensare, forse, che fossi più fuso di lui che era il matto, e così mi consigliò: «Trovati i compagni!»

Non ebbi la faccia tosta di rispondegli, ché ai matti è meglio non dar corda, ma in cuor mio pensai: «Domani, amico mio. Domani andrò a trovarli.»

 

* Solo un matto porterebbe un cappello simile con quell’afa. E chi lo sa che non fosse proprio questa la causa della sua follia! Inoltre, come per giuoco del destino, era un cappellino del club sportivo del Napoli, di cui il matto è accanito tifoso.

Tempo di bilanci

Alieno Fluttuante dal Corpo Sferico 018
Questa, salvo imprevisti, è l’ultima vignetta della stagione: l’Alieno Fluttuante dal Corpo Sferico augura buone vacanze a tutti e se tutto va bene tornerà a settembre.

Bilancio: sono riuscito a rispettare l’impegno quasi sempre (18 tra strisce e vignette singole; ho sgarrato solo a Pasqua e le ultime due domeniche, mi pare, ma in compenso c’è stata una vignetta speciale-pesce d’aprile), e questo è positivo; le cose pubblicate finora non sono un granché (negativo), ma posso migliorare; riguardando tutte le vignette una dopo l’altra, mi rendo conto che l’evoluzione grafica dei personaggi in pochi mesi è paragonabile a quella che hanno impiegato decenni a compiere personaggi dei fumetti e dei cartoni animati, e questo è molto positivo, perché effettivamente le prime cose fanno davvero schifo e mi vergogno di averle disegnate così male e le ultime invece mi dànno qualche soddisfazione in più, ma anche molto negativo perché ho paura di scoprire cosa disegnerò tra altre 18 strisce.

Operando una veloce differenza tra i lati positivi (2) e i negativi (2), direi che è un bilancio… bilanciato.

I want to believe (quarta parte) – La moda

I want to believe (quarta parte) - La moda

Per la serie Ossi di seppia!, non è impressionante quanto questo bull terrier tedesco parlante somigli a Whiskey? Se avesse una macchia sull’occhio e una sul culo e se parlasse italiano e soprattutto se non indossasse quello stupido papillon (di Armani, scommetto) (ah ah ah!), sarebbero davvero due gocce d’acqua!

Soli si nasce

«Stasera c’è Il Genio qui a Bologna.»
«…»
«Costa 7 euro con la tessera Arci.»
«…»
«Quelli di Pop porno

Dopo tre settimane di quasi totale isolamento – sole eccezioni: le lezioni; un paio di lunghi pomeriggi con Petrof; lo scorso fine settimana –, e dopo un sabato sera curiosamente piacevole, seppur triste e solitario, passato a mangiare la pizza della pizzeria sotto casa e a guardare un film (più precisamente, teatro: uno spettacolo di Ascanio Celestini: Scemo di guerra) – un sabato curiosamente piacevole, triste, solitario e anche anomalo: saranno sette o otto anni che non mi capitava di restarmene a casa per un sabato sera pizza e teatro –, e nonostante fossi un tantino prevenuto nei confronti del gruppo emergente che mi era stato sottilmente proposto di andare a sentire – prevenuto quel tanto che basta per considerare i 7 euro per l’ingresso una cifra esosa –, prese in considerazione le alternative possibilità – vale a dire: un’altra serata a casa davanti alla tv e poi davanti al computer; andare al cinema, ché forse c’era un film che mi incuriosiva (ma andare al cinema da soli non è il massimo per risollevarsi d’umore) – e messi da parte un po’ di pregiudizi nei confronti degli autori di Pop porno servendomi dell’infallibile stratagemma Pensa-Al-Lato-Positivo, grazie al quale mi sono autoconvinto che c’erano un sacco di buoni motivi per andare al concerto – e cioè: la cantante ha una voce attraente, le loro canzoni bene o male sono orecchiabili e un paio pure carine, ho la tessera Arci e 7 euro non sono poi così tanti, e mal che vada almeno faccio due passi e prendo un po’ d’aria –, mi sono fatto coraggio e ho risposto: «Ci vuoi andare?»

E così, breve sosta per mangiare un roll kebab che ancora non ho finito di maledire, e via.

Ad aprire il concerto, tre persone in pigiama. Poi entrano loro, e subito capisco che il senso dell’umorismo del tastierista è spiacevole. In compenso, la cantante era buffa e la birra non era annacquata.

Il miglior momento del concerto: quando, con un giochino di luci, sul palco Il Genio sono diventati sagome nere su sfondo rosso e io sono diventato felice come un bimbo davanti alle magie, e ho pensato intensamente, per il resto dello spettacolo: «Dài, dài, fatelo ancora!». Il peggior momento del concerto: ogni volta che il tastierista ha aperto bocca.

Però in fondo un paio di canzoni erano carine. La voce della cantante era particolare, attraente. Per 7 euro si poteva fare.

Almeno ho fatto due passi. Ho preso un po’ d’aria.

E poi all’ingresso c’era una locomotiva. Bella.