Mi aggiravo solingo per corso Umberto I un sabato mattina d’agosto, accaldato, in cerca di una striscia d’ombra che purtroppo a mezzogiorno non c’era, se non sui gradini delle porte e sì e no qualche centimetro più in là sul marciapiede. I miei amici erano lontani, a rinfrancarsi e ritemprarsi di un anno di fatiche in una settimana di villeggiatura esotica, oppure chiusi in casa a studiare. Io, al contrario loro, mi trovavo nel triste limbo della nullafacenza forzata, e per reazione presi e andai a comprare un biglietto per una fuga di un paio di giorni nientemeno che a Napoli.
Mi aggiravo dunque solingo per corso Umberto I, ma affatto triste, bensì baldanzoso e fiero dell’acquisto e impaziente di partire. Mi sarei recato a far visita al mio coinquilino, con cui ho diviso il pane e il tetto per due anni, e si sarebbe unito a noi un altro compare impegnato in un viaggio in Italia, che proprio in quei giorni avrebbe fatto una sosta sotto il Vesuvio.
Ebbene, poco oltre la bottega della musica dove feci il garzone in gioventù, un noto matto del paese che si era accaparrato un prezioso posto all’ombra sui gradini di una porta d’un’abitazione privata e che stava lì col cappellino di lana fino agli occhi* a guardar chi passa e chi non passa, vedendomi passare solingo e baldanzoso, dovette pensare, forse, che fossi più fuso di lui che era il matto, e così mi consigliò: «Trovati i compagni!»
Non ebbi la faccia tosta di rispondegli, ché ai matti è meglio non dar corda, ma in cuor mio pensai: «Domani, amico mio. Domani andrò a trovarli.»
* Solo un matto porterebbe un cappello simile con quell’afa. E chi lo sa che non fosse proprio questa la causa della sua follia! Inoltre, come per giuoco del destino, era un cappellino del club sportivo del Napoli, di cui il matto è accanito tifoso.

