Povia e le storie lese

Io credo che su certi temi sarebbe meglio non dire niente, perché si direbbero solo vuote ovvietà che non aggiungono nulla al dibattito e alimentano solo i bassi istinti del lettore voyeur, e quindi qualcosa la voglio dire: Povia è stato frainteso dagli amici dei generi stravaganti.

Lui fa: «Niente malattia, né guarigione, è solo una storia, una canzone»; ed è chiara la modestia malcelata, perché, da che mondo è mondo, i cantautori non raccontano storie a cazzo, ma usano le loro storie per veicolare principî e mettere alla berlina malcostumi, e quindi – occhei – non parla di malattia e di guarigione, dice, ma di qualcosa parla: basta ascoltare tra le righe.

Ricapitolando, c’è ‘sto Luca che era gay e adesso sta con lei, e giustifica la cosa (Luca) con quattro boiate che neanche i più rudimentali manuali di psicanalisi ti farebbero sognare di dire, tipo che il padre era assente e beveva e la madre era troppo apprensiva e qualche altra storia che qualche anno fa si usava per giustificare i ragazzini violenti e i serial killer e le rock star (mancavano solo i videogiochi e Marilyn Manson), e le dice (queste assurde banalità) nel modo meno raffinato possibile, cioè pressappoco come le ho scritte io ora; ed è una storia talmente irrilevante da fare di Povia un cantautore geniale – un metacantautore, direi.

È tutto lì! È tutto perfettamente chiaro! Povia quelle parole le ha scritte come le direbbe un rozzo mentecatto che nulla sa e nulla capisce in primo luogo di sé stesso e poi anche di tutto il resto, (il popolo di Maria De Filippi e Gerry Scotti, per intenderci), e, lo ammetto, all’inizio ho pensato pure io che fosse una canzone di rara oscenità linguistica per la quale non valeva la pena che i generi stravaganti si scaldassero tanto, alla stregua dei neomelodici che narrano le gesta di latitanti e camorristi, dei quali (neomelodici) nessuno si dà pena perché nessuno gli dà ascolto, ma poi ho capito: Povia con quella canzone mette in scena una raffinata parodia di un suo ipotetico amico Luca e di tutti quelli che farciscono di luoghi comuni (tanto diffusi quanto infondati) le giustificazioni alle loro idee e azioni usando i toni e la forma del basso pettegolezzo, al di sopra del quale purtroppo non riescono ad elevarsi. Insomma: Luca era gay è una canzone politica.