La porta della carrozza del regionale per Venezia S.L. si chiuse davanti alla sua smorfia buffa che esagerava tristezza. Salutai il treno con la mano finché riuscivo a vederla. Un giapponese con la sua valigia arrivò sul binario e si fermò accanto a me a guardar scorrere il treno. L’aveva perso per poco. Sgambettò qualche metro più in là. Poi sgambettò ancora qualche metro, finché il treno non fu andato tutto. Chissà cos’aveva per la testa, mentre andavo via.
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La sigàr
Ero in stazione col mio omonimo ad aspettare che il treno per Reggio Emilia arrivasse con 5 minuti di ritardo.
No, io non dovevo andare da nessuna parte: l’avevo accompagnato e basta. Avevamo passato un lungo pomeriggio in giro per Bologna – era arrivato poco dopo le cinque e mezza; erano le 22hqualcosa quando eravamo in stazione ad aspettare il treno – e, tra uno spettacolo di teatranti di strada, due passi e un’abbondante aperitivo, era arrivata l’ora di andar via.
Quindi, ero in stazione col mio omonimo ad aspettare il treno per Reggio Emilia che viaggiava con 5 minuti di ritardo. Raschiai il fondo della busta paglierina di Pueblo e mi arrotolai una sigaretta, mentre commentavamo qualcosa che non ricordo e forse progettavamo incontri futuri.
Un vecchio con la faccia scura che sembrava accartocciata attirò la mia attenzione e mi chiese una sigàr: io gli dissi che no, non ce l’avevo una sigàr, e allora un ragazzo che era con lui, e che beveva una cosa che io pensavo fosse Coca-Cola ma poi scoprimmo essere Montenegro, si avvicinò e mi chiese anche lui una sigàr, e la mia risposta fu la stessa che avevo dato al vecchio, ma, a quanto pare, era una risposta poco convincente, perché insistette per avere una sigàr che io non avevo, e poi la chiese anche al mio omonimo che gli fece no con la testa, e lui insistette ancora e gli propose di lasciargli bere il suo Montenegro in cambio di una sigàr – ecco come sapemmo che beveva Montenegro – e intanto il vecchio con la faccia accartocciata (che beveva Montenegro anche lui) si avvicinò, mentre il ragazzo si rivolse di nuovo a me e mi fece notare che uno che indossava un giubbotto di gran classe come il mio non poteva non avere una sigàr da offrire a due barboni come loro, ma io, che non avevo mai considerato il mio cappotto un cappotto di gran classe, e che pensavo che il giovane fosse vestito più che decentemente e forse anche meglio di me, a differenza del vecchio che aveva indumenti davvero logori, be’, io gli dissi di no, che erano le ultime briciole di tabacco, quelle che stavo fumando, e allora lui gettò la spugna e disse al vecchio che era meglio andare a chiedere altrove, e gli fece un cenno mentre se ne andava. Be’, in quel momento mi accorsi che il vecchio se la rideva sotto i baffi, e lui si accorse che io mi ero accorto che rideva, e mi si fece più vicino e mi disse in confidenza che lui ce l’aveva già una sigàr, e il ragazzo non lo sapeva e girava alla ricerca di sigàr anche per lui, e rideva e ripeteva che lui ce l’aveva una sigàr, e mi chiedeva se capivo, e io dicevo di sì, ma lui faceva segno di tenere il segreto alzando l’indice davanti alla bocca e continuava a ripetere ancora, alzando la voce e ondeggiando nel bicchiere il suo Montenegro, che una sigàr ce l’aveva, e me la mostrò, la sua sigàr, e rideva, rideva: rideva, ché lui, la sigàr, ce l’aveva.
Un treno per Ljubljana
Per una sostanziosa serie di motivi che non sto a spiegare, dovevo trovare un posto in cui andare dal 19 al 23 febbraio, e, dopo aver scartato diverse alternative, il mio interesse si è concentrato su Ljubljana, città che – mea culpa – fino a poche ore fa non avrei saputo neanche indicare sul mappamondo: c’è un bell’ostello in pieno centro, e costa pure poco; è una bella città universitaria effervescente di vita; si vendono più libri a Ljubljana che a Roma; ha una storia lunga e complessa e interessante; le culture che l’hanno attraversata nel corso dei secoli sono rimaste impresse nella varietà di stili architettonici che si alternano nella città; c’è un fiume lungo il quale passeggiare; c’era anche una curiosità storica particolare che la rendeva affascinante ai miei occhi, ma me la sono dimenticata. Insomma: sarebbe stata la meta perfetta.
Invece, prima di farmi tante illusioni su quella che avrebbe potuto tranquillamente diventare la mia città preferita dando per scontato che da Venezia ci sarebbero stati treni per Ljubljana con la frequenza di uno ogni ora e che il viaggio sarebbe durato poco più di due ore, avrei dovuto dare un’occhiata al sito delle Ferrovie dello Stato e apprendere subito che esiste un solo treno diretto alla capitale slovena (ecco: ti evito di andarla a cercare su Google Maps), che parte alle 21h20 e arriva all’1h41, per un totale di quattro ore e ventun minuti di viaggio; e per il ritorno ci sarebbe sempre un unico treno alle ore 2h30, che, dopo ben quattro ore e quarantasei minuti di viaggio, giunge a Venezia alle 7h16. E basta.
Ljubljana, la giovane capitale europea dell’ostello in pieno centro e dello spasso e della cultura e della storia lunga e complessa e interessante e dell’architettura bislacca e delle passeggiate lungo il fiume e dei libri che si vendono come le noccioline e degli argonauti – ecco, era questo: gli argonauti passavano per Ljubljana con il loro vello d’oro; va be’, non è proprio una curiosità storica autentica (tutt’al più letteraria), però m’era piaciuta; anzi: visto che è letteraria, mi piace ancora di più –, collegata con l’Italia da un solo misero e scomodo trenino notturno! Vorrei proprio vedere se tra Genova e Nizza non ci fossero almeno dieci treni al giorno! Persino a Bari c’è più di un traghetto al giorno per Durazzo!
Sebbene ne abbia viste di tutti i colori, non mi sono mai lamentato delle Ferrovie dello Stato – neanche ieri, che mi sono fatto il viaggio Bari-Bologna senza riscaldamento e senza luce, e in più ho dovuto subire 6 ore di chiacchiericci e sbuffi e scazzi di viaggiatori viziati, tra cui una signora in particolare che aveva la voce alterata come quelle dei video in cui si aumenta la dimensione dei pixel per non far vedere il viso della persona inquadrata e le si alza il tono di voce fino a farla somigliare a quella di un bambino indemoniato o di Mariangela Fantozzi (e, ora che ci penso, non sono mai riuscito neanche a vedere la faccia della signora in questione: inquietante); e neanche quando ho appreso della colossale truffa degli EuroCity: ho capito di avere a che fare con degli sciacalli; tuttavia, pur non condividendole, potevo comprendere le loro ragioni, e li ho perdonati –, ma che non ci sia un vero treno per Ljubljana mi fa veramente arrabbiare, perché è una cosa che non ha alcun senso e che ha infranto i miei sogni: ora io che cosa faccio dal 19 al 23 febbraio?
Un dolce ritorno
Scendi dal treno con venti chili di bagagli e tanta fame. Binario uno: almeno non devi farti il sottopassaggio. Chiedi un biglietto per l’autobus – l’unico autobus, che fa il giro di tutta la città. Ci sali, e non ricordi che traballa tutto: non puoi permetterti di stare in piedi, se non vuoi fare la fine della pallina del flipper. Quando parte è troppo tardi: ormai hai deciso, e in piedi resti; anche se a bordo siete solo in tre. Ti reggi forte, guardi fuori, riconosci cose e visi; sorridi. Scendi, metti i piedi a terra e realizzi di essere a casa. Sei felice.
Nel frattempo, il Comune di Altamura decide di uscire dal Parco dell’Alta Murgia, e già la tua felicità si ridimensiona parecchio.
All’ultimo momento
«Hai iniziato a fare la valigia?»
«Sì, mamma, ho già—»
«Mi raccomando non dimenticare niente. Finisce sempre che ti ricordi le cose quando stai sul treno.»
«No, tranquilla, non ti preoc—»
«Non ti cullare, che il tempo vola!»
«Sì, ma—»
«I barattoli dei fagioli mica li hai buttati? Li hai lavati? Mettili tra un maglione e l’altro, così non si rompono.»
«Va bene, però senti—»
«Non ti ridurre all’ultimo momento! Non aspettare la mattina, mezz’ora prima del treno!»
«Mamma…»
«Come fai sempre!»
«Ma—»
«Hai capito?»
«Sì, ma—»
«E le lenzuola: ricordati, quando le pieghi—»
«Mamma!»
«—le devi mettere dentro la—»
«Mi ascolti o no?!»
«—tasca…»
«…»
«…»
«È già tutto pronto.»
«…»
«Quasi…»